21 marzo 2018

Servire è amare

Elogio dell’Accoglienza
di Arrigo Cipriani

 

 

“Un sorriso (vero, non finto) di benvenuto.
Un’ancora di salvezza (il bancone del bar).
Un arredamento semplice che quasi non si nota.
Una luce non troppo intensa, ma nemmeno troppo buia.
Un’acustica che tenga conto sì delle voci, ma che faccia arrivare suoni familiari e riconosciuti che si fondono con il rumore di fondo attenuato che esiste sempre in presenza dell’uomo.
Una sedia e un tavolo proporzionati a chiunque.
Un servizio pronto e attento, non invadente. Il servizio dovrebbe essere invisibile.
Un gusto di una bibita o di un cibo che sia compatibile con il nostro DNA (luogo, città, Paese, sapore locale).”

È questo il concetto di lusso di Arrigo Cipriani, “bettoliere” e patron dell’Harry’Bar di Venezia, iconica meta di scrittori, artisti e aristocratici. Un concetto che si concreta in una “semplicità complessa”, frutto di scomposizioni nel pensiero e nelle emozioni e di analisi di valori assoluti.
Erasmo da Rotterdam dedicò il suo Elogio della follia a Tommaso Moro. Arrigo Cipriani dedica la sua apologia dell’ospitalità a Jan Van der Borg.
Secoli li separano, ma entrambi, il primo all’ombra di una ludica apparenza, il secondo alla luce di eleganza e chiarezza, lanciano un monito sull’impossibilità di una separazione: della follia dall’essenza umana, e del soggetto da un altro soggetto. Della persona, dello spirito, dell’essenza impalpabile di tutte le cose dall’accoglienza.
Con l’ Elogio dell’Accoglienza (Aliberti compagnia editoriale) Cipriani descrive, infatti, le regole su cui il Turismo, che in Italia vale circa settanta miliardi di euro l’anno, rappresentando un indotto di quasi il 12% dell’intero PIL, geneticamente si fonda.
Sono i suoi sessantacinque anni di esperienza a parlare. Sessantacinque anni di direzione e di presenza in un luogo che non soltanto è un bar e un ristorante, ma “una trattoria italiana che conserva rigorosamente le tradizioni e la dote più importante dell’oste: l’accoglienza“, patrimonio italiano che assume il valore di talento, virtù e di cultura. Sessantacinque anni che ora vedono 27 attività nel mondo con oltre 3.000 collaboratori.
Turismo è accoglienza, dunque. Non sfruttamento del cliente, che in quanto ospite, occorre porre al centro e al quale si deve un servizio, “straordinario mezzo di comunicazione”.
Servire è soprattutto amare”, scrive Cipriani e per comprenderlo appieno invita all’incontro con il linguaggio degli autori della letteratura mondiale che hanno scritto la storia dell’uomo.
Turismo è servizio di un essere umano ad un altro essere umano. È la summa di stile, gusto, cultura, diversità, conoscenza, genuinità, semplicità, asimmetria, mancanza d’imposizioni. E nella libertà trova la sua massima e ultima espressione (“Potremmo allora dire che nelle nostre azioni dobbiamo essere mossi dall’appagamento della semplicità come espressione suprema della libertà”).
L’elogio di Arrigo Cipriani è un pamphlet che, mediante una struttura epistolare indirizzata ad un “giovane Tullio”, ricorda anche quanto l’Italia difetti nell’attuazione dei crismi in esso illustrati, vittima anche dell’omologazione esterofila.
L’Italia deve tornare ad essere il Paese più bello e il più ospitale al mondo.”
Una riscoperta ed una rinascita che può avvenire dalla Serenissima, “il trionfo dell’asimmetria orizzontale“, della semplice e naturale bellezza.
“Venezia, con la sapienza nascosta che sicuramente esiste da secoli, è anche sempre stata lo specchio dei tempi. Io credo di vedere, nell’incapacità di Venezia di trovare un Doge all’altezza del momento, la stessa drammatica imperfezione che sta piegando le forze d’Europa. Nessun Paese Europeo ha uno statista degno di questo nome da troppi anni. Siamo diretti da una banda di mediocri contabili che ha in mano il destino di Paesi che hanno fatto la storia del mondo. Non c’è nessuno che sappia volare con la fantasia, in grado di parlare con sapienza e cultura, che faccia vibrare le corde dell’entusiasmo. Siamo vittime delle ideologie e del gusto del potere. Non è facile vedere vie d’uscita. Ma forse tu, giovane Tullio, puoi cominciare a immaginarle.”

 

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