2 dicembre 2016

Nella pancia del Ciclone

Le Serenate del Ciclone
di Romana Petri

Vincitore del SuperMondello 2016

 

“E subito ci guardammo ancora
e allora io pensai che non potevo essere stata solo nella pancia della mamma,
per almeno un po’ di tempo dovevo essere stata anche in quella del babbo.”

 

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116 dei 240 giurati deputati a scegliere il numero uno fra i tre vincitori del premio Mondello Opera Italiana 2016 hanno votato Le serenate del Ciclone (Neri Pozza) di Romana Petri assicurandogli il SuperMondello dell’Edizione. Alla Luce perfetta, irenica, elegiaca ma dolente, con cui Marcello Fois illumina la saga della famiglia Chironi in una Sardegna alchemica e severa, hanno preferito una luce assolata e assoluta, una luce “urgente” accesa dall’amore incondizionato filiale. La luce della campagna umbra, di Perugia (capace di stare racchiusa in un pugno) e della bellissima Roma (capace di chiuderti nel suo pugno) dagli anni Venti sino alla metà degli anni Ottanta.
All’ (innocente) Fervore di Emanuele Tonon nell’anno della prova di un noviziato (il suo, il loro) nel  convento francescano di Renacavata, quel fervore su cui “le potenze dell’aria, quelle che combattevano contro il vento dossologico, mandarono tempesta” gettando cenere sugli occhi e condannando alla confusione”, hanno preferito il furore bruciante di un”gigante euritmico” che divorava la vita, che “quando si infuriava spargeva attorno a sé polvere da sparo”.
Hanno premiato la storia, tra romanzo e memoir familiare, del famoso cantante lirico e attore Mario Petri, il Ciclone, “er Peruggino”, raccontata dalla primogenita, dapprima voce narrante extradiegetica, poi figlia ben presente, folgorata dalla figura paterna.

“La scintilla del nostro amore, e di scintilla si può proprio parlare, nacque una mattina di giugno sulla spiaggia di Ostia dove il babbo prese delle pietre e cominciò a batterle una contro l’altra davanti a me dicendo che stava facendo della musica.   (…) Dovevamo essere assai belli visti di spalle: un microbo e un gigante che s’erano dichiarati un grande amore. Ogni tanto lo chiedo ancora alla mamma.
– Lo eravamo?
– Lo eravate.”

Una figura, dalle fattezze del dio Nettuno, di Achille, di Odisseo, che le infuse un’importante e rassicurante presa di coscienza: l’universo maschile non le sarebbe mai stato né estraneo né nemico.
Hanno votato il profondo sentimento nutrito verso gli amici di una vita, come l’Orlando, l’amico dell’intelligenza, e il Kid quello delle gesta.
Sai,le donne m’accendono molto il desiderio. Forse pure troppo. L’amicizia, invece, mi commuove ogni volta che ci penso.”
Il Kid.
Il Kid era il puma, uno spirito sovrano che possedeva “quella furia pacata di chi poteva perdere il senno soltanto a freddo“, l’incarnazione dell’epica pura e di quel mito teorizzato da Sergio Leone. Era Charles Bronson, il terzo componente della Trinità della Petri: “Il babbo, il Kid e Charles Bronson”.
Hanno preferito il rapporto complesso e conflittuale con il padre, violento e vigliacco, che gli si palesò in tutto il suo dolore soltanto al momento del commiato.

In quel momento Mario capì che non poteva più trattenersi, gli tornava su tutto l’irrisolto sentimento che l’aveva legato al padre. Provò a respirare normalmente, ma fu quello lo sbaglio, ché a respirare gli si aperse l’argine del pianto. (…) 
In cima a tutto, restava l’ultima volta che si erano visti, quell’estrema offesa che, se non fosse morto, sarebbe stata per sempre il suggello della loro incomprensione. Ma era poi vero che non ci sarebbe mai stato più margine? Che in una vita più lunga, in una vita intera, non avrebbero trovato lo spazio per un accordo, magari sottinteso? Era quello l’odio giurato, quell’ultima minaccia gridata di fronte ad un corpo arreso che adesso gli faceva sentire quanto ogni occasione non fosse mai stata colta. I visceri, quelli l’avevano sempre dominato. Il furore, il senso di giustizia portato all’estremo, la mancanza di misura, perché o era in un modo o in un altro, bianco o nero. Gli mancavano le sfumature, non le avrebbe avute mai. A questo si sentiva condannato, alla sua natura che niente avrebbe corretto. Era così, quando si imbelviva  seguiva la belva, e non si placava fino a che non si placava lei. Fosse tornato….Balle, fosse tornato indietro avrebbe fatto lo stesso, era questo che lo tormentava. Amava gli innocenti, mai i colpevoli. Non ce l’aveva la pietà per tutti, c’erano i buoni e c’erano i cattivi, gli uomini forti e quelli che s’approfittavano solo dei più deboli. Quelli che a un’ingiustizia si ribellavano e quelli che abbassavano la testa salvo poi rialzarla quando era il turno loro davanti a chi di difese non ne aveva.
Ed era quel calcolo a non piacergli affatto, la sotterranea macchinazione, quel valutare soppesando prima le proprie forze e poi quelle altrui. Era stata la codardia del padre a portarlo sempre dove lui non c’era. Da che era venuto al mondo aveva sempre amato la sua assenza. Adesso era quello il rovello. (…) Ma adesso s’accorgeva che di amarlo non aveva comunque potuto fare a meno. L’aveva amato, sì, aveva ceduto suo malgrado alla legge del sangue, anche se gli era parsa sempre una gran brutta legge e, per assurdo, contro natura.”

Hanno votato una storia deliberatamente e lapalissianamente apologetica avvertendone l’urgenza sottesa alla scrittura “di un dolore che continua”.
Hanno scelto le sue radici allignate a Perugia, nella campagna di Cenerente, l’unico posto in cui Mario Petri ritrovasse se stesso, ma che, giovanissimo, abbandonò per assecondare sogni e ambizioni; ed hanno scelto il passato e i ricordi di infanzia che da quelle radici lo assediavano, stralciati: il profilo del nonno con la pipa, uno sguardo messo a fuoco, un angolo di strada, qualche goccia di pioggia, il manubrio di una bicicletta, una mano che s’alzava in un saluto.
Ma soprattutto, mossi da quel sentimento “di pancia” contro cui un giudizio letterario critico e ragionato nulla può, i giurati hanno empatizzato con la mente, con il cuore e con gli occhi dell’autrice nell’assistere alla guerra che negli ultimi anni il padre aveva dichiarato a se stesso; nel cogliere il suo lato sensibile e fragile apparentemente antitetico con la sua complessione titanica; nel vederlo in quella finale “iniziazione” immergersi sessantatreenne, spaventato e intrepido come nei momenti in cui la decisione incalzava, nelle acque del Trasimeno – elemento amniotico rigenerante – per poi emergere illuminato dalla giovinezza dei vent’anni. Chissà, starai pensando con la bellezza dei vent’anni addosso. Che la morte sia dunque solo questo, un’eterna giovinezza?”

 

Così recita la motivazione del Premio a Romana Petri, che si è aggiudicata anche il Premio Mondello Giovani :
“Nella frequenza con cui, negli ultimi anni, una generazione di autori racconta il proprio passato concentrandosi soprattutto sulla figura paterna, Romana Petri riesce non soltanto a celebrare letterariamente il mito del padre, grande cantante lirico e attore, ma a ricostruire l’Italia piccola, quella che assisteva ai grandi cambiamenti storici restandone ai margini o soffrendone solo le conseguenze. Il linguaggio ibridato con cui, nella prima parte, narra le campagne dell’Umbria, muta nella seconda, quella che assume i toni dell’autofiction, nella partecipe rievocazione del rapporto padre-figlia, raggiungendo un equilibrio stilistico di rara armonia.”

 

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