3 dicembre 2019

I duellanti

Impossibile
di Erri De Luca

 

«Chi ce lo fa fare?
La bellezza della superficie terrestre che tocca verso l’alto il suo confine con l’aria,
come fa la riva con il mare»

 

 

«D. Come considera il caso che vi ha messo sullo stesso sentiero, nello stesso giorno e orario?
R. Una coincidenza.

D. Definizione incompleta, per me: coincidenza volontaria o fortuita? Per me inquirente la coincidenza è un indizio. (…). Che voi due foste lì per caso è talmente improbabile da essere impossibile.
R. Impossibile è la definizione di un avvenimento fino al momento prima che succeda. Non potete negare le coincidenze. Una quantità di scoperte ne sono state l’effetto, e anche una quantità di disastri. (…) Dal punto di vista di persona presente sul posto, so che il suo impossibile è accaduto».
Un anziano, un tempo militante in un movimento rivoluzionario, accusato di un omicidio camuffato da incidente, e un giovane magistrato convinto della sua colpevolezza

«la coincidenza è un omicidio premeditato».

Un luogo: di una caduta, di un’accusa, forse di un incontro tra due uomini che in giovane età condivisero il credo di lotte politiche. Ex collaboratore di giustizia, la vittima, che contribuì all’arresto dell’altro facendogli scontare una lunga pena detentiva.
Nessun nome dei protagonisti, soltanto quello del teatro dell’accaduto: la Cengia del Bandiarac.
Chi precedeva chi? Chi seguiva chi? Chi ha riconosciuto chi?
Nell’ultimo romanzo di Erri De Luca, Impossibile (Feltrinelli), le domande sono capziose e sibilline, le risposte calibrate, argute, guidate da un’abile padronanza della lingua italiana che “protegge dalle falsificazioni”.
Protagoniste sono, infatti, anche le parole con cui accusato e accusatore duellano impugnando l’affilata lama del verbo, sino al raggiungimento di un climax ascendente.
Un interrogatorio che progressivamente lascia spazio ad un dialogo – “alla Socrate” – tra due avversari, due uomini le cui generazioni di appartenenza parlano una lingua differente, acuta, vigile, ideologica. Una lingua che domanda per ottenere e non per sapere, pur venendo coinvolta “stragiudizialmente”, ed una che racconta di un passato vivido e vivo.
Si delinea, così, uno spaccato di storia italiana del Novecento fatto di valori, di sentimenti, ricordi, lotte, in cui gradualmente emerge anche il profondo rapporto di quei due compagni, amici “per il sangue”, alimentato anche dall’ammirazione. Si parla di appartenenza, di tradimento, di fraternità («il sentimento politico per eccellenza. Nessuno esclude nessuno. Un manifesto del popolo curdo dice che la loro vittoria non dipende dal numero dei nemici uccisi, ma dal numero di quelli che si sono uniti a loro. Anche il nemico può rientrare della fraternità»), di potere: «Questo è il perfetto traguardo del potere, arrivare al massimo grado d’incompetenza e decidere su tutto. Vedo la società come una costruzione che più procede verso il vertice, peggiori sono i materiali».
Si racconta come l’impossibile, che vive l’esistenza di ognuno, sia costante vittima della sua inesorabile possibilità. Come anche l’amore nutrito, qui, dall’inquisito verso la propria donna lontana, fissato dall’inchiostro sulla carta di lettere che intervallano gli interrogatori, spesso andati fuori tema e rito.
In stato di fermo giudiziario in cella di isolamento, a lei, all’ “ammoremì”, che là dentro “è ovunque”, riferisce il suo “tempo arrestato” in cui ci si dimentica di essere un corpo nel mondo.
Erri De Luca conferma la sua inimitabile asciutta e lirica capacità narrativa mentre emergono temi, anche autobiografici, a lui cari: dall’amore per la montagna, metafora di vita, – «Vado in montagna perché lassù è arrivato il bordo della terra. Il suo confine con il cielo e l’universo sta là sopra e allora posso con una salita andare finché non c’è più niente da salire. Seguo la terra fin dove si è spinta e ancora continua a spingersi. Perché le montagne aumentano di altezza» – all’onnipresente città del Sud «quella che a forza di strilli fanno del sistema nervoso uno strumento pizzicato a corde».
Non si scoprirà il colpevole. Non ci sarà un vincitore. Non è importante. Come in montagna, non esiste qui il verbo vincere, bensì il pareggio tra le proprie forze e la difficoltà della scalata, e il mantenimento ben saldo delle proprie ragioni a fondamento della libertà.

«Mi sono inoltrato nel vostro passato
e posso dirle di essermi sentito uno che si intromette.
Ho raggiunto la mia conclusione col sentimento di violare un’intimità,
una strana sensazione per un inquirente»

 

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