23 settembre 2019

Forse che sì…forse che no

I veggenti
di Giuseppe Benassi

 

 

«Quando conoscerò la tua anima,
dipingerò i tuoi occhi»

Amedeo Modigliani

 

«Stava muovendosi in un mondo misterioso, dove tutto quel che accadeva era inesplicabile, inatteso, e dove tutto poteva succedere. Attorno a lui, tutto era visibile eppure inafferrabile. C’erano migliaia di oggetti inutili, orrendi, e non si capiva a chi mai potessero interessare o servire, eppure venivano comperati e venduti».
Ciò che stava vivendo aveva un senso oggettivo? Anche soggettivo? Realtà? Sogno? Si pone tante domande l’avvocato Borrani trovandosi in una dimensione straniante e smarrente, in cui il e i pensieri sono in fuga. E tra quegli orribili oggetti, capaci di effondere una luce sinistra, rimandando ad una realtà altra, ci sono anche le poupées, le pupille per le bambole di Corinna Repetti, la nuova cliente del principe del Foro livornese. È tornato, infatti, il personaggio nato dalla penna dello scrittore e avvocato reggiano Giuseppe Benassi, suo alter ego professionale.
Ne I veggenti (Pendragon) – riscrittura ampliata di Occhi senza pupille del 2012 – tra Livorno, Parigi e Volterra, l’avvocato Leopoldo Borrani è chiamato a risolvere un capzioso e misterioso caso, in cui figura il ménage à trois “Coulon-Coulette-Coulin”, cui un altrettanto misteriosa congiuntura personale si intreccia interconnettendosi mediante le cosiddette “coincidenze significative”. È la sfera privata, il rapporto combattuto con la sua amante, Marianna Messori, “donna che ama e che non ama”, a trascinarlo in un viaggio rappresentante esso stesso un enigma e che tinge il giallo di altri colori. Anche di quelli non appartenenti allo spettro “visibile”, percepibili, quindi, dagli occhi senza pupille.
In una prosa scorrevole, ricca e talvolta ricercata, abile nel riprodurre atmosfere e ambienti con doviziose fotografie narrative, anche surreali e “sorrentiniane”, il romanzo possiede, infatti, i colori cupi dell’esoterismo, dell’occultismo, della magia, laddove segue i “trip mortuari” (e culturali) della Messori. Ammaliata dall’arte di Amedeo Modigliani, e dallo stesso coinvolta post mortem in un’arcana ricerca, è impegnata, infatti, in una fervente comprensione dei misteri della creazione artistica: «Un artista è tale solo se dotato di una seconda vista. (…) I ritratti di Modigliani sono opere di pura negromanzia: ecco il perché di quegli occhi senza pupille. Dipingeva in trance, spesso sotto l’effetto di alcol o di droghe.(…) Amedeo era un occultista. I suoi quadri sono materializzazioni del mondo occulto. Gli occhi vuoti sono la prova che si tratti di ectoplasmi».

La narrazione contemporaneamente possiede i colori vividi, materici e “liberatori” dell’arte, della pittura, della letteratura, della filosofia, della matematica. Ecco così sgranarsi, tutti legati da un fil rouge, le avanguardie del Novecento, Anna Achmatova, Le Poupées Élecriques di Marinetti, I Canti di Maldoror di Lautréamont, La giacca verde di Mario Soldati, la Deposizione di Rosso Fiorentino, Bergson, Steiner, Kandinsky, Piero della Francesca, Kardec, Gabriele D’Annunzio, il De Divina Proportione, la Sezione aurea, la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto.

Possiede i colori manichei della contrapposizione, della guerra antitetica tra metafisici e antimetafisici: tra chi vede mediante gli occhi (senza pupille) della mente trascendendo la materialità e approdando ad una dimensione altra, potenziante e arricchente, oltre le leggi temporali e spaziali, e chi soltanto con gli occhi della vista vede la realtà materiale raggiungibile attraverso i sensi.

Si colora anche dell’aspra critica all’Occidente, al suo consumismo e materialismo, governato dalla triade demoniaca “tempo-morte-denaro”:
«Nel mercato di Vernaison aveva visto la morte nel tempo scandito dagli orologi, e in tutta quella folla affaccendata nel commercio, nella reciproca ricerca dell’affare. (..) Soldi e sesso erano dunque le uniche cose capaci di muovere, ma in sostanza di truffare, gli uomini».

E si tinge degli eterni e aporetici colori, rosa e azzurro, del conflitto tra uomo e donna. Un conflitto che risiede oltre che nel personale rapporto misogino dell’avvocato con il sesso femminile, anche nel differente pensiero. «Cretine visionarie o geni?», le donne credono nell’interpretazione dei segni, nelle coincidenze rivelatrici, per lui, di contro, una metafisica “portatile, da poveri”, nonostante, dopo aver assunto un atteggiamento ora scettico verso quella “fricassea di esoterismi”, ora agnostico, accorda, poi, all’effettività di quei fenomeni una sorta di riconoscimento, al pari della segreta ammissione (Nietzsche docet) della netta superiorità femminile. Temporaneamente orfano delle proprie pupille, sperimenta, infatti, il metafisico accordando il vero valore ai viaggi mentali, nell’aldilà, nel mondo infero, capaci di ampliare la coscienza e la conoscenza, a differenza di quelli reali, conchiusi in un effimero e sterile edonismo. Come Modì, così Borrani.

I veggenti riflette, comunque, soprattutto i colori del poliedrico e istrionico avvocato Borrani, sempre incontrastato protagonista dei romanzi di Giuseppe Benassi.
Personaggio policromo, egli è un florilegio di aggettivi qualificanti la sua personalità e viranti la storia anche nell’introspezione. È un tracotante narcisista, un sessuomane sboccato, un dissacrante misantropo, un cinico cattivo («Come definiresti una cinquantenne racchia e imbefanita che sposa un ventenne nordafricano e, benché questo gliele suoni di santa ragione con o senza motivo, lei non riesce a separarsi da lui?»). È un sedicente “maledetto” avendo il cervello impregnato di diritto, ma, nonostante tutto, è un fragile borderline in viaggio su disordinate piste mentali. Perennemente sul crinale tra prigione e fuga, perennemente nel circolo vizioso nietzscheiano tra l’apollineo e il dionisiaco, tra la stasi e il caos, la “rassicurante mediocrità” e la follia, tra la ragione e l’istinto.
L’epilogo – doppio – giunge infine a compimento? Il caso risolto, l’arcano scoperto? L’armonia ristabilita?
Forse che sì, forse che no, direbbe “il divino” Gabriele.

 

«La vita è un dono dei pochi ai molti:
di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno»
Modì

 

 

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