3 maggio 2016

Alexander Portnoy

Lamento di Portnoy [1969]
Philip Roth_Parte 1

Portnoy

Allora….Forse noi adeso potvemmo incominciave. No?”, domanda il dottor Spielvogel al termine di una liberatoria interiezione (“aaaaaaaaaaaaaaaaaaahhh!!!”), epilogo dell’inarrestabile geremiade del suo paziente. Sul lettino in attesa di essere psicanalizzato c’è Alexander Portnoy. Ebreo americano, erotomane, complessato, irrisolto, arrabbiato, Alexander Portnoy è prigioniero in una gabbia etica eretta sull’abnegazione verso sterili precetti dogmatici, per cui tutto è limitazione e restrizione, impostagli dai “più eminenti produttori e confezionatori di colpevolezza.
La madre, dotata del dono dell’ubiquità, oppressiva, tetragona, dominante, vigile per antonomasia, è “il personaggio più indimenticabile da lui conosciuto” ….. l’ingresso della yiddishe mame nella letteratura con il suo carico di ansia storicamente (forse) giustificata. Il padre, stitico, adombrato e sottoposto, incarna la speranza per il figlio di un destino differente dal proprio intravedendo nella sua liberazione dall’ignoranza, dallo sfruttamento e dall’anonimato il proprio afflato revanscista.

Freudianamente è affetto da disturbo in cui potenti impulsi etici e altruistici sono in perenne contrasto con una violenta tensione sessuale, spesso di natura perversa. Atti di esibizionismo, voyeurismo, feticismo, autoerotismo e coito orale sono assai frequenti; come conseguenza della “moralità” del paziente, tuttavia, né le fantasie né le azioni si traducono in autentica gratificazione sessuale, ma piuttosto in un soverchiante senso di colpa unito a timore di espiazione, soprattutto nella fantasmatica della castrazione. Gran parte dei sintomi si presume vadano ricercati nei legami formatisi nel rapporto madre – figlio.”

Direttore della Columbia Law Review, con all’attivo un dramma radiofonico su “Tolleranza e Pregiudizio”, e membro della Commissione per lo sviluppo delle risorse umane di New York, l’Alex trentenne, monologando lamenta i sette capitoli (alcuni titoli dei quali riverberano la scurrilità del suo complaint) della sua intera esistenza: da bambino iperprotetto ad adolescente asseragliato in bagno e impegnato in incessanti attività onanistiche, a giovane uomo dedito ad una altrettanto irrefrenabile e convulsa attività “altruistica” solo con shikses, “ragazze americane doc“, surrogato della “penetrazione nell’ambiente sociale”. Quasi se quella pratica rappresentasse la realizzazione del suo più potente desiderio, “essere americano”, l’uscita di sicurezza per l’America, la stessa, tuttavia, nella quale egli era nato e cresciuto. E sino all’epifanico esito fallimentare dell’incontro nella Terra Promessa, Israele, con una recalcitrante virago ebrea, rivelatore di quanto lì “tutto sia ebraico”.

Non solo il ripudio di qualsiasi forma di autorità, bensì anche la lotta per la libertà politica e personale lo animano. Figlio, infatti, dei suoi tempi che volevano l’establishment domestico ebreo esercitare pressioni esistenziali opprimendo qualsiasi tentativo trasgressivo, il lamento portnoyano deve il suo imprinting anche “all’odiosa, incombente, incontrollabile presenza” di Lyndon Johson maieutica per una fantasiosa vena oscena che sfida tutte “le norme della buona creanza.”
È arrabbiato Alexander Portnoy: con i gentili, con gli ebrei, con l’odio, con l’amore, con il sesso, con se stesso, ma grazie all’autoironia a lui connaturata è in grado di cogliere l’essenza tragicomica del suo destino:

Dottor Spielvogel, questa è la mia vita, la mia unica vita, e la sto vivendo da protagonista di una PortnoyComplaintbarzelletta ebraica! Io sono il figlio in una barzelletta ebraica. solo che non è affatto una barzelletta! Per pietà, chi ci ha tagliato le gambe così? Chi ci ha resi così fiacchi, isterici e deboli? Perché, perché continuiamo a urlare: “Attento! Non farlo!Alex…no!” e perché, solo nel mio letto di New York, perché continuo a ….. senza remissione? Dottore, come si chiama questa malattia? È la pena ebraica di cui ho tanto sentito parlare? È l’eredità trasmessa dai pogrom e dalle persecuzioni? dallo scherno e dagli insulti distribuiti dai goyim negli ultimi duemila piacevoli anni? Oh, i miei segreti, la mia vergogna, i miei palpiti, i miei rossori, i miei sudori! Il modo in cui reagisco alle semplici vicissitudini della vita! Dottore, non resisto più a farmi spaventare così per niente! Mi conceda la benedizione della virilità! Mi renda coraggioso! Mi renda forte! Mi renda completo! Basta con il bravo ragazzo ebreo, che onora i genitori in pubblico e si sbatte l’….. in privato! Basta!”

La facondia del suo lamento è disarmante, tuttavia, pur scurrile, oscena e disturbante, dinanzi ad Alex trasfigurato, ancora bambino – La porta sbatte, se n’è andata – la mia salvezza! La mia stirpe! – e io piagnucolo sul pavimento con I MIEI RICORDI! La mia infanzia senza fine! Che non abbandonerò… o che non abbandonerà me! Quale delle due! Ricordo i ravanelli: quelli che coltivavo così amorevolmente nel mio Giardino della Vittoria (…) Ravanelli, prezzemolo e carote …sì, anch’io sono un patriota, te’, solo in un altro luogo! (e anche lì non mi sento a casa!)” –  è inevitabile non indulgere nell’accordargli simpatia e vicinanza per tutta quella irresolutezza, insicurezza e per quelle abrasive nevrosi esistenziali così comuni nell’essere umano.

 

 

Alter ego, Recensioni

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