15 marzo 2016

Non più per voce_I

 

NonpiuVoce

 

Affidati ai ricordi, sensazioni, eventi,
frammenti o pezzi di vita possono, talvolta, apparire ingannevoli.
Ma i ricordi debbono mediare con il tempo, con la memoria,
con personali emozioni, fili spezzati, tracce disperse.

Cara Elisabetta,
accolgo il tuo invito.
Le tue molte sollecitazioni mi hanno convinta.
Non più parole dette al telefono ti racconteranno episodi, sequenze del mio passato, momenti, talvolta nemmeno tra i più importanti, che, spesso senza una ragione manifesta, attraversano improvvisi la mia mente ed il mio cuore.
Si fanno largo, tra mille altri, lungo sentieri reconditi, inesplicabili.
D’ora in poi saranno parole impresse su una pagina bianca a proseguire questa nostra consuetudine.
Tu già lo fai.
Ora lo faremo entrambe.
Sarà, la nostra, una corrispondenza sul filo dei ricordi.

 

~ I ~

 

Era un negozio polveroso composto di piccole  stanze poco illuminate posto su tre piani. Una scala angusta che sembrava da un momento all’altro ripiegarsi sotto il peso delle persone conduceva ai piani superiori.
Le finestre, protette da pesanti tendaggi, si affacciavano su un unico lato e guardavano il retro di un laboratorio di falegnameria.
Avevano il medesimo color vinaccia del rivestimento in pelle di alcuni tavoli a forma rettangolare.
Stesso colore anche per i cuscini che ingentilivano e rendevano più ospitali i pochi sedili a disposizione, antiche e belle panche di legno. Lungo le pareti e sin quasi al soffitto scaffali ricolmi di libri.
Libri di ogni genere, soprattutto vecchie edizioni, spesso introvabili altrove. Provenivano da librerie che avevano chiuso i battenti, o erano invenduti o mostravano imperfezioni di rilegatura o di stampa che, pur non precludendone la lettura, ne impedivano la vendita nelle librerie tradizionali. Nessuno di essi era usato ed i prezzi assai contenuti. Vere e proprie occasioni. Difficilmente vi si trovavano le novità. Vi si potevano invece trovare oggetti legati alla scrittura, il più delle volte fuori uso, testimoni di tempi lontani. Vecchi portapenne con pennini spuntati, calamai in vetro che abbisognavano di antichi banchi per mantenersi in equilibrio, astucci di legno con il coperchio scorrevole macchiati di inchiostro.
Mi piaceva quel luogo e non soltanto perché vi avevo trovato libri cercati a lungo. Mi piaceva l’ambiente, la sua atmosfera un po’ speciale. Mi piacevano i suoi odori, i suoi rumori. Anche quelli esterni giungevano all’orecchio ovattati. Ogni qualvolta mi era possibile vi indugiavo per lunghi momenti. Ho sfogliato molti libri e letto molte pagine seduta su quelle panche.
Mi piaceva anche il proprietario della libreria. Era un signore alto, magro apparentemente sempre assorto nei suoi pensieri, ma attento ad ogni cosa. Guardava persone ed oggetti al di sopra di piccoli occhiali privi di montatura perennemente incollati sul naso. Sembravano essere nati con lui. I capelli bianchi erano ormai un po’ radi. Sulle camicie di un pallido color cenere, immancabilmente a righe sottilissime, indossava soltanto ed in ogni tempo comodi cardigan. Dalle tasche spuntavano penne ed altri occhiali. Era costantemente impegnato accanto ai vari scaffali, quasi a confondersi con essi.
Gli acquisti venivano pagati alla sua scrivania ed egli pareva viveva quel momento con pudore, quasi con vergogna, come compisse atto volgare che quel luogo per lui sacrale avrebbe potuto contaminare.
Un giorno, facendomene omaggio, mi consegnò, unitamente ai libri scelti, tre piccoli volumi. Senza prima mostrarmeli li incartò insieme con gli altri.
Erano tre diari: copertina rigida rivestita con carta di riso dai colori tenui, un po’ logora. Pensai fossero appartenuti ad una donna. E Maddalena, infatti, era scritto sulla prima pagina di ognuno. Nelle stesse pagine, quale unica sequenza temporale, tre numeri:
rispettivamente uno, due, tre. Facendole scorrere velocemente vidi su tutte una grafia chiara,
regolare, a caratteri grandi. Migliaia di parole. Le ultime pagine del diario recante il numero tre erano bianche. Sull’ultima, tra quelle scritte, soltanto poche righe.
Il sogno più bello, – vi lessi – il più ricorrente ed il più invocato si è oggi avverato. Mio padre è a casa. Come d’incanto. Abbiamo scorto una figura venire sul viottolo. Ed era lui. Magro, provato, con gli occhi pieni di lacrime, lacrime di felicità. So che ha vissuto momenti terribili. Con il tempo, quando si saranno fatti più lontani, sono certa mi racconterà ogni cosa. Due interminabili anni di silenzio, ma oggi il mondo urla. Anche per noi ora la guerra è davvero finita. Sono felice. Non vi è più nulla che io voglia chiedere. Grazie, Signore.
Non lessi altro. Il rapporto tra un diario e chi ad esso si affida è inviolabile, è come un segreto e non deve essere svelato. Maddalena non a me, ma a quelle pagine aveva aperto il suo cuore, con gioia o sofferenza, speranza o disincanto. Ricomposi con la colla un piccolo strappo e riposi i suoi diari in un cassetto.

I.S.

 

 

 

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