4 dicembre 2017

Non più per voce_VI

 

 

 

Affidati ai ricordi, sensazioni, eventi,
frammenti o pezzi di vita possono, talvolta, apparire ingannevoli.
Ma i ricordi debbono mediare con il tempo, con la memoria,
con personali emozioni, fili spezzati, tracce disperse.

 

~ VI ~

 

Ancora sotto le coperte, ancor prima di aprire le finestre, sapevo che era venuta.
Lo sentivo nel silenzio, nei rumori.
Lo sentivo dentro.
Dico subito, senza tema di apparire blasfema, che per me la neve è una specie di miracolo, un elemento che avvicina la terra e il cielo.
Per me significa pace e serenità assolute. Credo abiterei volentieri in un luogo in cui nevicasse tutto l’anno.
Indugiavo a letto in quelle occasioni, non per il freddo, ma per rimandare quel prezioso momento in cui, aprendo la finestra, essa mi si sarebbe svelata, regalandomi un mondo tutto bianco, immacolato, e per ascoltare, riconoscendoli uno ad uno, i consueti ma mutati rumori del mattino.
Erano tutti più dolci, ovattati. Le ruote dei carri, delle automobili parevano scivolare su un tappeto, un tappeto soffice, spesso, che cedeva senza resistenza alcuna sotto il loro peso.
I passi dei fedeli che, al termine della messa, uscivano dalla chiesa, si udivano appena, non producevano alcun ticchettio, alcuna sonorità.
Erano smorzati e pesanti insieme, un po’ incerti. Le stesse voci giungevano diverse.
Poi ecco l’inconfondibile ed immancabile rumore dei badili utili per spalare la neve che veniva ammucchiata ai lati dei viottoli, per permettere un più agevole passaggio, per liberare porte e cancelli dalla bianca coltre.
La neve allora cadeva generosamente e mai un inverno trascorse senza che ne avesse
completamente assunto il volto.
Già lo vedevo e lo godevo il paesaggio che mi attendeva oltre gli scuri della mia finestra.
La mia mente ed il mio cuore avevano memorizzato con gelosa cura le sembianze di precedenti vissuti.
Mi attendevano fiocchi bianchi danzanti nell’aria, spessi come cotone o con la trasparenza del velo.
Mi attendevano strade bianche, tetti, alberi bianchi, siepi e prati bianchi, cancelli, reti e ringhiere simili a preziosi merletti. Un paesaggio che, sepolta sotto di sé ogni spigolosità, aveva assunto forme più morbide come se il pennello di un pittore ad ogni cosa avesse donato una dolce rotondità. E in quell’assoluto candore, in quella luce bianca, tra poco mi sarei immersa e, lungo la strada che portava alla scuola, avrei toccato, respirato ed assaggiato la neve.
E in un’aula contagiata da quella stessa luce ne avrei anche scritto.
Udivo già la voce della maestra dettare il titolo del tema del giorno: “E’ caduta la prima neve”. Svolgimento.

I.S.

 

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