18 luglio 2018

Abbraccio

 

«Ti manderò un bacio
con il vento
e so che lo sentirai,
ti volterai senza vedermi
ma io sarò lì»

Pablo Neruda

 

 

Non ricordo l’abbraccio di mio padre.
Considerata la sua complessione fisica suppongo fosse avvolgente.
Se ne andò di casa quando avevo sei anni, senza quasi voltarsi.
Di quel giorno non ricordo il suo volto, ma i colori vividi di una domenica di primavera.
Un abbraccio abbozzato, seguito all’ennesima discussione – tra lacrime, piante e trattenute, sino a quando dal suo ufficio mi incamminai a piedi verso casa – avvenne ventidue anni dopo, a Natale, tredici mesi prima che morisse.
Sopperirono a quell’assenza gli abbracci di mia madre.
Tanti, troppi, per il vincolo che si instaurò, empaticamente serrato, gioioso, totalizzante, ma inevitabilmente doloroso divenendo l’unico e inappellabile punto di riferimento della mia vita.
Ricordo tutti gli abbracci di mia madre.
Ogni attimo era occasione per quell’avviluppo, per un fugace – ma quanto prezioso! – furto e scambio affettivo, un sequestro temporaneo di persona, sorprendendola e bloccandola mentre ancora in movimento talvolta, simpaticamente, sbuffava: “Ancora?!”.
Era un bisogno fisico, una necessità mentale, dettata dalla pancia, dai sensi, tutti.
Forse, inconsciamente, volevo “fare il pieno” a futura memoria del suo profumo, delle sue mani, delle sue braccia, della sua voce – indimenticabile – , dei suoi grandi occhi di un dolcissimo e profondo marrone.
Le mie bimbe”, ci chiamava ancora nonostante la nostra età, e capitava, sempre giocosamente, che mi soffermassi per qualche istante sulle sue gambe.
Ricordo tutti gli abbracci di mia madre.
Purtroppo. “Per fortuna”, mi dicono tutti.
In questo momento invocherei prosaicamente il processo di rimozione del film “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (Se mi lasci ti cancello), pur sapendo di cadere in fallo.
Ricordo tutti gli abbracci di mia madre.
Anch’io l’ho tenuta in braccio. Per pochi secondi.
Era troppo pesante.
Quanto la conteneva era troppo pesante.

G.M.S.

 

 

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