3 dicembre 2018

Un tempo piccolo

«La ricostruzione è uno dei grandi momenti della storia d’Italia.
Bisognerebbe scriverlo con l’iniziale maiuscola: Ricostruzione. Come il Risorgimento, il Piave, la Resistenza.

Momenti di riscossa dopo la caduta, di cui essere orgogliosi.
Ma oggi il malumore e il pessimismo sono tali che si parla più dei briganti, di Caporetto, di Salò.
Della Ricostruzione non si parla mai.
I giovani cresciuti al tempo della rete non sanno neppure cosa sia.»

 

 

«Avevamo 16 milioni di mine inesplose nei campi. Oggi abbiamo in tasca 65 milioni di telefonini, più di uno a testa. Record mondiale. Solo un italiano su 50 possedeva un’automobile. Oggi sono 37 milioni, oltre uno su due. Tre famiglie su 4 non avevano il bagno in casa, per lavarsi dovevano uscire in cortile o sul balcone. L’Italia non esportava tecnologia, ma braccia, minatori in cambio di carbone. I soldi non valevano più nulla, mangiati dall’inflazione. Gran parte delle famiglie, tranne quelle che si erano arricchite con la borsa nera, erano rovinate. Stava un po’ meglio chi aveva investito nelle case;, ma due milioni erano andate distrutte nei bombardamenti. Furono ricostruite in pochi anni. Oggi non riusciamo a coprire le buche nelle strade della capitale. I giornali non pubblicavano diete, ma  consigli per alimentarsi con poco. Il problema non era dimagrire, era ingrassare.
Eravamo un popolo di contadini poveri. Si faceva il bucato al lavatoio in piedi e nei corsi d’acqua in ginocchio. Cucinavamo con la stufa a legna o a carbone, avevamo difficoltà a conservare i cibi, non avevamo idea di cosa fossero vacanze o week end. Non avevamo neppure l’orologio: la vita era scandita dalle campane;ai rintocchi che segnavano mezzogiorno tutti si fermavano, dicevano l’Angelus in un latino stentato  e da casa partivano le donne a portare il pranzo a chi lavorava nei campi. Anche in città per spostarci avevamo la bicicletta, per informarci la radio, per parlare il bar: Solo il 7 per cento possedeva un telefono. Eppure eravamo più felici allora di adesso.
Al mattino ci si diceva:“Speriamo che oggi succeda qualcosa”. Ora ci si dice: “Speriamo che oggi non succeda nulla.»
“Giuro che non avrò più fame” da oggi detronizza “Domani è un altro giorno”, citazioni cinematografiche di Via col vento, la prima mutuata per intitolare l’ultimo saggio di Aldo Cazzullo.
Un tetragono giuramento dal quale il giornalista del Corriere della Sera prende le mosse per scandagliare, nuovamente, il Novecento italiano, soffermandosi ora sugli anni prodromi del grande Boom, quelli della Ricostruzione, nella fattispecie sull’anno 1948.
Nella cornice della Libreria all’Arco di Reggio Emilia, in occasione della presentazione del saggio edito da Mondadori, l’eloquio serafico e puntuale di Cazzullo è stato accompagnato dall’esuberanza e dirompenza emiliane di Iva Zanicchi, dalla compostezza ironica di Monsignor Massimo Camisasca, Vescovo della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, e dalla profonda voce di Isabelle Adriani.
Viene raccontata così l’Italia del ’48, un Paese a pezzi reduce da una duplice sconfitta bellica. Vengono elencati i nomi dei grandi Ricostruttori da Vittorio Valletta ad Adriano Olivetti, da Alcide de Gasperi ad Enrico Mattei, da Luigi Einaudi a Lina Merlin.
Vengono narrati epocali eventi come le storiche elezioni del 18 aprile che videro lo scontro tra democristiani e comunisti, il ruolo della Chiesa, l’attentato a Palmiro Togliatti; la durissima condizione delle donne entro una società violenta, maschilista, ingiusta e retriva; gli aneddoti di nomi allora sconosciuti ma destinati a scrivere pagine di storia, da Dino Zoff, a Riccardo Muti, da Cesare Romiti a Pippo Baudo, da Renzo Arbore ad Andrea Camilleri a Franco Zeffirelli.

Non manca l’Italia dei grandi campioni, quella di Coppi, di Bartali, quella del Grande Torino.
Un’Italia capace anche di ridere, di superare il fardello della guerra, della fame, della disperazione, del dolore. “Così ridevano” è, infatti, il capitolo (imprescindibile secondo il Vescovo Camisasca, suo ispiratore e fonte di informazioni) dedicato alla Rivista, all’Avanspettacolo degli anni Quaranta e Cinquanta dai volti di Macario, Totò, Renato Rachel, Walter Chiari, Alberto Sordi, Gilberto Govi.

«Gli italiani 70 anni fa erano migliori di oggi?» si domanda Cazzullo. Erano familisti, individualisti (come oggi del resto), ma era una sorta di individualismo che evolveva in vitalismo, in desiderio di revanscismo, di fare, di ricostruire, anche desiderio di fare l’amore.
«Oggi siamo il paese d’Europa che fa meno figli. Un segnale di sfiducia nei confronti del futuro. L’individualismo degenera nel narcisismo (sterile per definizione), nei social. In mancanza delle comodità tecnologiche in passato si stava più insieme. C’era un maggiore calore umano, eravamo infinitamente più poveri di adesso, ma umanamente più ricchi e forse più felici. Anche perché il Paese esprimeva una classe dirigente. Classe dirigente che oggi viene spesso scelta all’insegna della mediocrità.»

È un arazzo dell’Italia quello che il giornalista piemontese, insieme con i titoli precedenti, sta tessendo, i fili del cui ordito sono rappresentati secondo il Vescovo innanzitutto dall’amore nutrito verso il Paese. Un amore che induca a comprendere il presente e a rendere fattiva una nuova Ricostruzione. «La nostalgia della comunicazione tra le generazioni è un altro importante filo. Parlando da padre, da educatore, Aldo intende indicare la strada per una comunicazione intergenerazionale attraverso l’insegnamento delle parole del passato, volano per lo slancio e il coraggio oggi necessari. Manca la coralità di un tempo. Come manca la cornice del Paese, un punto di riferimento che conferisca significato ed espressione
‘Giuro che non avrò più fame – L’Italia della Ricostruzione’ è un emotivo e cromatico caleidoscopio: i colori del coraggio, della nostalgia, della forza, del sangue, del dolore, della lotta, delle antinomie (tante anche nel territorio reggiano). «Dobbiamo recuperare quel senso di comunitarietà che, nonostante tutto, un tempo era ben presente – sostiene il Vescovo – .Oggi siamo una folla, non un popolo. Un popolo possiede idealità forti e comuni, mentre una folla è un insieme di individui che si uniscono, che si disgregano per dei progetti.»

Ricordando, puntualizzando, preconizzando e sperando, Aldo Cazzullo racconta, attualizzandoli, gli spiriti dei tre Natali dickensiani.
Quello del Natale Passato: uno spirito materialmente povero, ma immensamente ricco umanamente, figlio di una povertà quasi “medievale” che permetteva come regalo per le festività soltanto un sacchetto di mandarini. (“Sta crescendo la prima generazione che sarà più povera dei padri”).
Quello del Natale Presente con un Paese di cattivo umore, da ricostruire, un Paese in cui la ricchezza non viene più prodotta bensì estratta. Ed infine lo spirito, incerto e ancora pericolosamente indefinibile, del Natale Futuro memore del tempo attuale della precarietà e della lotta per la sopravvivenza. Un’idea feroce, in cui l’Italia potrà essere tra i vincitori della globalizzazione come tra i Paesi sconfitti laddove gli anziani non si affranchino dall’egoismo della rendita ed i giovani dall’ignavia dell’attesa. «Tutto dipende da noi».
«Potesse lo spirito del Natale futuro riportarci anche solo l’ombra dell’energia, l’eco della gioia di cui le nostre madri e i nostri padri furono capaci, appena settant’anni fa.»

 

 

 «Il segno dei nostri tempi è proprio il degrado dei rapporti umani. La cortesia è considerata un segno di debolezza, la buona educazione un orpello d’altri tempi.
È il tempo dell’aggressività spicciola, delle grida nel traffico, degli insulti in rete.
Non è solo questione di buone maniere.
È il rapporto tra le persone ad essersi impoverito e involgarito.
Nessuno si fida più di nessuno.
Nessuno paga più nessuno: l’affitto, i debiti, i fornitori; persino lo Stato non paga chi gli ha fornito beni e lavoro. La frase ricorrente è “Fammi causa”; tanto la magistratura non riuscirà a fare giustizia in tempo.
Ma nessuna economia può prosperare, nessuna società può essere tenuta insieme, senza la fiducia.»

 

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