5 dicembre 2017

Nella vita. Nell’amore. Nell’educazione.

Il coraggio
di Paolo Crepet

 

“Lo scopo di un maestro
deve essere di mostrare meno coraggio
di quello che ispira.”

Paul-Louis Courier

 

 

«Coraggio e scioltezza, come si diceva una volta. Virtù preferita, come scrive Proust. La più grande urgenza sociale, secondo me.
Ho pensato che questo libro potesse essere utilizzato dal lettore come un ipotetico inventario di alcune declinazioni del coraggio. L’ho concepito come un’associazione di idee, un brainstorming, un esercizio utile, credo e spero, per stimolare adulti e non ancora adulti a ritrovare la forza della sfacciataggine e la capacità di resistenza che la vita chiede.
Soprattutto in queste pagine vorrei parlare del coraggio che abbiamo, che dobbiamo inventarci per creare un nuovo mondo se non vogliamo che siano altri ad inventarlo per noi.
Il coraggio che i giovani devono riscoprire per non trovarsi tristi e rassegnati a non credere più ai loro sogni.
Il coraggio che tutti devono scovare in se stessi per iniziare un rinascimento ideale ed epico. Perché alla fine il coraggio è la magica opportunità che permette di capire il presente e di costruire il futuro.»

Torna con queste parole, esattamente dopo un anno – dopo Baciami senza rete – alla libreria all’Arco di Reggio Emilia («Una delle librerie più belle d’Italia. Qui mi sento come a casa»), lo psicologo e sociologo Paolo Crepet per presentare Il coraggio (Mondadori).
Le parole sono altrettanto urgenti e icastiche. Le premesse le medesime.
Pur non essendo un misoneista, riconoscendo, infatti, l’importanza dell’innovazione tecnologica, Crepet punta il dito contro “la variabile umana”, contro chi si arroga il diritto di comandare la vita altrui mediante l’ottuso utilizzo di dispositivi cui delegare le proprie facoltà, contro chi in nome della rivoluzione digitale pretende l’iperconnessione, contro il branco di yes men e yes women, contro i ragazzi parcheggiati nelle piazze a bere spritz, contro gli anziani inebetiti dagli emoji, contro gli zombi che comunicano tramite
WhatsApp da una stanza all’altra, contro gli asserragliati nei bagni che consumano la maggior parte dello “scambio sociale”, contro i millenials che parlano con i nickname, contro questo Paese, una volta delle arti e dei viaggiatori ed ora – repubblica dei like – Paese delle foto dei cappuccini con la schiuma a cuore.

Il messaggio tuona sempre perentorio: «Riprendiamoci il coraggio della nostra vita, della nostra identità. La vita è preziosa, meravigliosa, è irraggiungibile. Ma non è un Luna Park e le difficoltà non devono frenare, bensì spronare, rendere (pro)attivi, indurre ad una progettualità, a pensare al futuro.»
Per farlo occorre reinventare il concetto di coraggio che rischia, insieme con la forza d’animo ad esso intrinseca, di divenire un’astrazione virtuale svuotata di senso.
Comunicando, infatti, oggi senza un’interfaccia umana, non incontrandosi, non telefonandosi, non guardandosi, non parlandosi, non si rischia, non ci si espone, non si teme di compromettersi.
Crepet rivolge il suo “coraggio” ai genitori, ai giovani, ai nativi digitali, agli educatori, come un’azione del cuore, una “necessità di sfidare l’infinito”, che rifugga dalla mediocrità e dal consenso a tutti i costi.

Agite! Andate! Osate! Innamoratevi! Telefonate!
Dite di “No”! Dite “andate”! Dite “Osate”! Dite “Parlate!”

Quanti i silenzi, le risate, i pianti, le angosce, le speranze. Tutto in quelle reali telefonate un tempo fatte. Ora la maggior parte è “chiamata persa”.

L’invito è ad uscire dalla buzzatiana Fortezza Bastiani in cui, pavidi e deboli, ci si autoreclude temendo l’inesistente o l’inesorabile normalità del corso delle cose e attendendo (anche invano) il nemico che forse è soltanto dentro se stessi.

Nella declinazione del coraggio Crepet cita i “grandi” appartenenti a dimensioni differenti: della storia, della musica, del cinema, dell’arte, della psicologia, della mitologia. Figure che non si sono fatte ammaliare dal canto delle Sirene. Da David Bowie «Il grande, l’immenso, l’elegante. “Never play for the audience”, “mai suonare per chi vi sta ascoltando” diceva. Non cercare il consenso prima dell’azione. Agite poi si vedrà!» a Federico Fellini con il suo coraggiosino alla fine” – , da Franco Basaglia«Un grande maestro. Il mio maestro. Un eretico.» a Michelangelo, Francis Bacon, a Mark Rothko – Le sue tre tele ‘Black, Black, Black’, ispirarono ‘Paint it black’ dei Rolling Stones. Rock inneggiante al nero interiore. «La sensibilità del grande artista consiste nel fare emergere il dolore e la pena, non nel dissimularli, a costo di sconquassare chi guarda. Noi siamo cresciuti anche nel confronto con la nostra anima dolenteda Pasquale Spadi – «”Più si è bastonati e più si è critici”, affermava. Più si batte uno e più esce qualcosa di straordinario. Questo è meraviglioso.» – , a Marco Polo, Colombo, Ulisse, da Don Milani – «In un’epoca in cui ‘Il me ne frego’ era la lezione dell’indifferenza praticata dai tre quarti della popolazione, egli scrisse il suo ‘I care’ insegnando l’importanza della disobbedienza e del bisogno della vicinanza del prossimo»sino a Napoleone Bonaparte.
È di quest’ultimo il cosiddetto coraggio delle tre del mattino: la grande forza d’animo capace di affrontare i problemi che, filtrati dal buio, dal silenzio e dalla solitudine, divengono esasperati e insormontabili. «Poi, splendida, l’alba, la luce, i rumori, la moka del caffè e la vita che ricomincia. E le voci amiche che ti confortano. Perché da solo l’uomo non è nulla, abbiamo bisogno gli uni degli altri.»

Accanto, così, a questa “potenza notturna” nell’inventario anche il coraggio di educare dando ai giovani l’opportunità per crescere; il coraggio di lasciarli andare («Non significa indifferenza. È voglia di vedere i propri figli maturare. Dovremmo essere istruttori di volo»); il coraggio di bocciare, di dare un quattro «senza venire subito denunciati»; di immaginareRimanere fedeli alla propria idea primaria qualunque cosa accada»); di indignarsi; di avere paura («Accettare le proprie paure, i propri limiti è fondamentale per poterli superare. Come accettare anche di perdere pubblicamente. Significa possedere l’incredibile forza di tenere ai propri valori essendo i mattoni su cui edificare il palazzo. Non si costruisce sulle glorie.»; il coraggio di scrivere; il coraggio delle ragazze Domandatevi perché l’Isis ammazza soprattutto ragazze e donne. La vera libertà è la loro»).

Secondo Crepet è questa, dunque, la sfida: Nulla si può senza coraggio. Nulla.

Anche per l’amore ci vuole ardimento. «L’amore non è un prêt-à-porter. Non è un vestito di Zara, che dopo due lavatrici si sfascia. È un Valentino. Magnifico. Fatto solo per te. Unico. Irripetibile. La nostra vita non può essere così a buon prezzo».

Occorre un lavoro di pensiero che disegni una visione della comunità. Un pensiero che si domandi non sul ‘cosa’ del futuro, ma sul ‘come’ lo si vorrebbe.

Parla Crepet, dei ricordi (“Un pc ha tanta memoria ma nessun ricordo”). Tocca anche temi di urgente attualità come i migranti, lo ius soli, la razza umana, i vaccini, sino a parlare di emozioni (“l’essenziale”) e con il suo piglio sicuro e fumantino, con la voce diaframmatica, con il vezzo dell’immancabile capo d’abbigliamento sulla nuance del rosa, i capelli – tanti – che puntualmente si ravvia con la mano, con la sua non indifferenza, il suo sdegno per questo mondo che sta perdendo il centro, espone con ardore tutto il suo “Coraggio”.
Sino a darne, infine, un’idea derivante dal silenzioso epilogo della vita. Un intimo ricordo del suo maestro, Franco Basaglia, un ultimo incoraggiamento, un’esortazione rappresentata da una mano tremante che impugna un bicchiere di spremuta d’arancia: «L’invito qualsiasi cosa accada a godere fino all’ultima goccia ciò che abbiamo vissuto.
Perché la morte non esiste. È solo un trasferimento di testimoni, il grande gigante si stava spegnendo ed io dovevo accendermi. Trovare le forze che non sapevo nemmeno di possedere, estrale da me e lucidarle perché da quel momento in poi, da quel sorriso sapevo che non avrei più avuto alibi. Toccava a me prendermi la vita e i dolori e le gioie e le avventure e le disavventure

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