24 novembre 2016

La nausea è una cosa meravigliosa

Incontro con Paolo Crepet
autore di Baciami senza rete

 

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Dure e brutali le parole che Paolo Crepet lancia all’indirizzo dei giovani (“abbastanza dementi”), dei genitori (mononeuronici”), di tutti coloro che, rasentando quasi l’indolenza e l’accidia, permettono alla cultura digitale di esercitare sulla propria vita la sua accezione più totalizzante.
In occasione della presentazione del suo ultimo libro, Baciami senza rete (Mondadori), lo psichiatra e sociologo torinese, pur non essendo un misoneista né un conservatore, ha analizzato le avvertenze, le controindicazioni, le contraddizioni e gli effetti collaterali contenuti nel bugiardino di cui le tecnologie (alla stregua dei farmaci) dovrebbero essere dotate. In questo nuovo mondo che si configura come “l’ultima e più stupefacente rivoluzione industriale e come un’inattesa e strabiliante mutazione antropologica“, irreggimentando il digitale nelle sue fila per la prima volta tutti, dai 2 ai 95 anni, sono soprattutto le nuove generazioni le vittime della fascinazione tecnologica e “sociale”. Quasi se in essa – specchio esistenziale – trovassero una risposta, una conferma del proprio essere e della propria accettazione nella società.
Contro questa pervasività e invadenza Crepet rimarca l’urgenza di affrancarsi dal digitale per una sua fruizione più intelligente e consapevole, affinché il soggetto utilizzi l’oggetto e non viceversa. Elogia la bellezza dell’imperfezione, del non finito (“come il non finito dei grandi. La pietà più bella di Michelangelo penso sia quella Rondanini. Il finito toglie le emozioni!”); la bellezza dei luoghi così lontana da quelli che hanno dato i natali al digitale. Già Platone sosteneva che la natura del bello fosse il rifugio della potenza del bene. Bellezza, dunque, crea bellezza.

Elogia il gusto, senso oscuro alla funzionalità della digitalizzazione che preconizza una vita “terribilmente, orribilmente comoda” e con il muscolo principe umano atrofizzato.
I ragazzi lo ignorano, ma sono abbastanza dementi. Io li vedo. Sono lenti, stanziali. Sono lenti perché hanno delegato la velocità ad un dispositivo che corre in vece loro (…) Personalmente non amo delegare ad altri come vivere e trovo le dipendenze oggetto di raccapriccio in quanto antagoniste della libertà conquistata con secoli di battaglie … poi arriva qualcuno da Seul che ti frega!”
Esprime l’esigenza della presenza di un visionario. Non un folle, non un messia, ma una persona con una visione del futuro. “L’Europa ne ha bisogno, l’Italia ne ha bisogno, la mia città, Roma, ne ha bisogno. Purtroppo i visionari non ci sono più, e dubito che chi guarda a pochi centimetri dal proprio naso possa diventarlo.”
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Esalta le collisioni, le contaminazioni; la diversità frutto della creatività e dell’improvvisazione (“Cosa ne sarebbe stato del cubismo di Picasso se non avesse incontrato le maschere africane in uno studio parigino?”); il pensiero obliquo e non massificato, “follower” del verbo – mantra livellatore della rete (“Democrazia digitale???”).
Steve Jobs stesso, citato nel saggio, sosteneva il valore delle interazioni umane: “C’è una tendenza nella nostra società della rete a pensare che le idee possano essere sviluppate attraverso una e-mail o una chat. È una follia. La creatività nasce da incontri spontanei, da discussioni casuali. Tu incontri qualcuno, chiedi cosa stia facendo e dici “wow”, e immediatamente stai cucinando una nuova idea.”

I timori espressi in Baciami senza rete non appartengono soltanto all’autore, ma anche a qualche barlume di criticità e di disaffezione proveniente da una porzione, seppur ancora esigua, di giovani impegnati nel “Digital Detox” (detossificazione dal digitale), permettendo quindi anche il concretarsi di questo saggio.
È di Brooklyn la startup Light Phone, fondata da due ragazzi con cui Crepet è in contatto (“Il fatto che siano ventenni è rivoluzionario!”), che ha ideato l’omonimo progetto: un distillato telefonico, un cellulare ante litteram con soltanto la funzione della chiamata in ingresso e in uscita, una sorta di carta di credito ricaricabile.
Se per Sartre la nausea era “l’orrore di esistere”, per Paolo Crepet, dunque, il malessere non raggiunge tale estremizzazione, ma consiste in un imprescindibile e congenito approdo della vita di ognuno, la sana e puntuale avvisaglia di una presenza disturbante: La nausea è meravigliosa, non si può vivere senza.”

A differenza dei migranti, stipati sui gommoni, costretti a guardare al futuro perché privi del presente, i digitalizzati, gli iper e inter – connessi godono della seduzione del benessere “qui e ora” regalatogli senza alcuna fatica, accolto senza alcuno stupore (“Che caratteristica umana sublime è lo stupore.”), illusi dalla tecnologia di possedere tutto, eccetto il futuro al quale non sanno più guardare. Clinicamente è il depresso ad essere incapace di coniugare il tempo futuro dei verbi. Chi non ha un futuro è morto!”

Il monito di Crepet ai genitori è perentorio: Volete fare qualcosa di giusto per i vostri figli, per renderli più forti? Stanateli dalla loro camera, dal loro sarcofago digitale dove vivono come mummie connesse 24 ore su 24 e rendetegli la vita difficile.
Come saranno i bambini di oggi, i cosiddetti nativi digitali, tra 20 anni? Grassi, stanchi, stressati e quindi nevrotici, incapaci di volgere lo sguardo al futuro. Dunque, morti.”

 

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