31 agosto 2016

Fiat Lux

20^ Edizione Festivaletteratura
dal 7 all’11 settembre – Mantova

Luce perfetta
di Marcello Fois

 

 

FestivaletteraturaMantova-2016

 

 

“Vedi? Il diavolo spiuma le colombe celesti. E fa la nevicata”
Cristian Chironi
in Luce perfetta

 

Si accendono le luci sul Festivaletteratura di Mantova, città italiana della Cultura 2016.
Prolusione alla ventesima edizione della rassegna sarà l’appuntamento, il 3 settembre a Palazzo San Sebastiano, con Jonathan Safran Foer e Marcello Fois. La non casualità della compresenza è forse ascrivibile alle tematiche – famiglia, appartenenza, identità – che lo scrittore americano con il suo nuovo romanzo Eccomi (Guanda) condivide con Luce perfetta (Einaudi) dell’autore sardo.
Terzo capitolo della trilogia composta da Stirpe e da Nel tempo di mezzo, vincitore del premio Mondello 2016 per la categoria Opera Italiana insieme con Le serenate del Ciclone di Romana Petri e Fervore di Emanuele Tonon e finalista per il SuperMondello che verrà assegnato il prossimo novembre, Luce perfetta dà seguito alla saga dei Chironi. Sono gli anni Ottanta e Novanta – gli anni dell’emulazione – , dal febbraio 1979 al febbraio del 2000, ad assistere alle vicende della famiglia Chironi intrecciarsi fatalmente con quelle dei Guiso, gli emuli cresciuti nell’incertezza e prosperati nell’invidia.
Amicizia, amore, tradimenti, agnizioni, speculazioni, farse. Tutto nella luce foisiana, in quella al cospetto del mare – incommensurabile come il cielo – dispensatrice di stuporosa attesa, in cui ogni fine è bandita dall’inizio evocato.
Luce-perfetta-Marcello-FoisUna luce inenarrabile. Precisa, solenne, irenica. Una luce perfetta.
Illuminata dalla stessa luce sono anche la narrazione, la doviziosa descrizione e la chirurgica costruzione dei personaggi, delle stagioni, dei mesi, dei tempi, pervase da un’angoscia, da un’afflizione e da un’ineluttabilità latenti, da una costante, imminente aura minacciosa, ma dalla sfacciata bellezza. Come bella è la terra in cui allignano le radici dei Chironi.  Silente e monolitica, la Sardegna è, infatti, coprotagonista, tanto affascinante e alchemica quanto feroce e impietosa, serafica testimone del volgere e del capitolare degli eventi. 

“Ma erano proprio tempi di farse. Le generazioni avevano smesso di susseguirsi naturalmente per eliminarsi a vicenda. Tra padri e figli si erano creati tali baratri che si sarebbero detti distanti secoli e non una generazione. Del macello della nazione come sempre quel fazzoletto di mondo, recepiva gli avanzi. Dall’epoca gravida della delinquenza eroica si passò, senza soluzione di continuità, a quella della delinquenza palesemente comune, fino all’obbrobrio della maschera politica. Dove tutte queste tendenze convergevano in una sola ambigua, multicefala, ingannevole. E dove le generazioni potevano esprimere se stesse in ogni difformità, chiamandola libertà. Fu come dire che si potevano mangiare parole e concetti come fossero cibo spazzatura, giusto per nutrire l’istinto, il ventre e non certo la ragione, il cervello. Fu come generare vasi vuoti, nell’incapacità di elaborare contenuti per quei contenitori.”

 Della “vocazione” alla tragedia della progenie dei Chironi è consapevole Marianna, la tzianata imparata”, resa ieratica dalla “scuola durissima” che l’ha istruita, e cui spetta, da sopravvissuta in virtù della perseveranza di determinate caratteristiche, di tenere una “atroce contabilità”, una contabilità genealogica fatta di troppe sottrazioni e poche addizioni.
Costellata di drammi la Famiglia è, tuttavia, dotata di una impavida resilienza brandendo l’inutilità della paura della morte:”La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi” recita, infatti, l’incipit epicureo della sua storia manoscritta: un centinaio di pagine, un patrimonio e un lascito emotivo in occasione dell’arrivo di chi, forse, è destinato alla prosecuzione della stirpe. Un “predestinato” – in una terra familiare di mezzo – che, come da tradizione, non viene risparmiato dal dolore bensì “abbandonato nel delirio di se stesso, trapassato da Dio da parte a parte, vedendolo prima che nascesse, con la lama affilatissima dell’inquietudine costante”.
La scrittura, secondo Marcello Fois, deve porre l’individuo dinnanzi all’abisso di se stesso.
La luce è abbacinante quando segue il buio più denso.
La parola è profonda. È fiato che si compone, l’ostinato mistero di dare corpo all’incorporeo.
Ed è perfetta anche laddove sorprendono forzature diegetiche. Del resto “la realtà è sempre, sempre più imponderabile dell’immaginazione”.

 

Per il festival: www.festivaletteratura.it/it

 

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