3 giugno 2016

Hopper. Metafisico enigma

Edward Hopper
Palazzo Fava – Bologna

 

Soir Bleu, 1914. Olio su tela, 91,4 x 182,9 cm

Soir Bleu, 1914. Olio su tela, 91,4 x 182,9 cm

« […] C’era un libro su Hopper. Aprendolo vidi che c’era una dedica e voltai subito pagina, imbarazzato.
Lessi qualche rigo dell’introduzione.
“Immagini della città o della campagna quasi sempre deserte in cui si fondono il realismo della visione con un sentimento struggente del paesaggio, delle persone, degli oggetti. I quadri di Hopper, sotto una apparenza di oggettività esprimono un silenzio, una solitudine, uno stupore metafisici.” »
Le parole dell’avvocato Guerrieri, alter ego di Gianrico Carofiglio in Testimone inconsapevole, evocano la medesima suggestione di cui la mostra Edward Hopper, a Bologna a Palazzo Fava, è capace.
Lo sguardo del “De Chirico americano” (Nyack, 22 luglio 1882 – New York, 15 maggio 1967), del “cacciatore di luce”, aderendo alla poetica espressa nel 1933, tenta di cogliere l’essenza, l’eternità, l’immutabilità, l’immobilità metafisica di istanti stranianti influenzato forse, come spesso è stato sottolineato, dalla lettura di Emerson e dai suoi “fondamenti della natura e dell’uomo” che risiedendo nello spirito – eterno – permettono di afferrare la vita nascosta, il senso primo e la causa ultima delle cose.
Fonte di ispirazione per cinema e fotografia (si pensi alla hopperiana casa in Psyco), le tele di Hopper assecondando l’enigma e la non chiarezza invitano anche ad inoltrarsi in una dimensione ontologica  dove agli inevitabili interrogativi la risposta non è univoca o apodittica. Traslando, infatti, dalla letteratura alla pittura “il punto cieco” teorizzato da Javier Cercas (mutuato, a sua volta, dall’anatomia), è attraverso quest’ultimo che il quadro/romanzo esprime il massimo del proprio potenziale, “attraverso quel silenzio pletorico di senso, quella cecità visionaria, quell’oscurità luminosa, quell’ambiguità senza soluzione. Quel punto cieco è ciò che siamo.”  È compito, allora, del voyeur/lettore colmare quel punto cieco del quadro/romanzo approdando laddove da solo sarebbe impensabile.

Articolate in sei sezioni tematiche e cronologiche rappresentative dell’intera produzione dell’artista, le oltre sessanta opere presenti a Bologna testimoniano anche le differenti tecniche impiegate (olio, acquerello, carboncino, gessetto, incisione) andando dagli studi preparatori (come Study for Gas) alle scene parigine, dagli iconici paesaggi, scorci e interni cittadini (questi, la sua ossessione) degli anni Cinquanta e Sessanta alle figure femminili. Così, South Carolina Morning, Second Story Sunlight, New York Interior, Le Bistro or The Wine Shop, Summer Interior, Morning Sun, Room in New York, Stairway at 48 Rue de Lille Paris, Soir Bleu. Tutti parte di una prolusione ad altri capolavori purtroppo assenti nell’esposizione bolognese, ma che tuttavia suggeriscono la genialità della mano del grande protagonista – il più noto e popolare – del Novecento americano, nonostante il fortunato avanzare dei nuovi movimenti d’avanguardia, dal Surrealismo all’Espressionismo astratto e alla Pop art.
Curata da Barbara Haskell, in collaborazione con Luca Beatrice, la mostra è prodotta e organizzata da Fondazione Carisbo, Genus Bononiae. Musei nella Città e Arthemisia Group in collaborazione con il Comune di Bologna e il Whitney Museum of American Art di New York.

Second Story Sunlight, 1960. Olio su tela, 101.6 x 127 cm

Second Story Sunlight, 1960. Olio su tela, 101.6 x 127 cm

New York Interior, 1921. Olio su tela 61,8 x 74,6 cm

New York Interior, 1921. Olio su tela 61,8 x 74,6 cm

Edward Hopper
Palazzo Fava – Palazzo delle Esposizioni
via Manzoni, 2
Bologna
25 marzo 2016 – 24 luglio 2016

 

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