26 gennaio 2018

Viaggi_Gennaio

 

 

Secondo Marcel Proust “Un vero viaggio non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi”.
Viaggiare. Sì.
Con se stessi. Dentro, attraverso se stessi, nonostante se stessi – perché talvolta si è presenza ingombrante e faticosa – . Viaggiare grazie ad accessori divenuti propri prolungamenti, dunque, compagni di peregrinazioni. Viaggiare attraverso l’immenso potere delle parole. Sillabe, frasi, storie, dedicate, scritte, pronunciate, lette, fatte proprie.
Ogni viaggio ha un inizio. La potenzialità è del ritorno, della meta, della fine. Forse la certezza è della trasformazione.

Qui i viaggi sono tre.

Il primo è quello compiuto dall’imperatore e filosofo Marco Aurelio in un delicato periodo della propria esistenza. Nei Colloqui con se stesso (Demetra Editore) intraprende la strada introspettiva attraverso una pratica esemplare dello stoicismo romano di cui è rappresentate, l’esame di coscienza quotidiano quale viatico autoterapeutico. Esercizi spirituali, raccolti in dodici libri, con cui dialoga con se stesso (anche) autoninterrogandosi e trovando risposte nell’antico verbo. In essi si incontrano i crismi dell’essenza stoica, l’anima razionale, la fatalistica immutabilità, l’asservimento al Logos universale, ma anche l’effimerità e il disincanto della condizione umana.

“Chi fugge il suo signore è un fuggitivo; ma anche la legge è signora, quindi chi la viola è un fuggitivo. Allo stesso modo anche chi si abbandona al dolore o all’ira o alla paura non vuole che sia accaduta, o che stia accadendo, o che dovesse accadere qualcuna delle cose stabilite da chi governa il tutto, ovverosia la legge, che distribuisce ciò che tocca a ciascuno. Quindi, chi ha paura, o soffre, o si adira è un fuggitivo.”

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Cos’è la normalità? Seguire comportamenti codificati, socialmente accettati e condivisi che indirizzano il corso della vita lungo definite traiettorie raggiungendo altrettanto definiti traguardi?
Anche no.
Fortunatamente esiste la legge della relatività. Fortunatamente l’essere umano pensante è dotato del libero arbitrio. Spesso, tuttavia, questa capacità si trova costretta a fronteggiare cause di forza maggiore che schiudono orizzonti inaspettati, dolorosi, ma “privilegiati”, diversamente appaganti e ugualmente rientranti in quella idiosincratica categoria chiamata “normalità“.
Fabrizio Marta, “Rotex” (soprannome nato da Rotella) ha dovuto – deve – fronteggiare la prepotenza di quella “forza maggiore” essendo costretto sin dall’infanzia a vivere su di una sedia a rotelle.
La forza maggiore è l’osteogenesi imperfetta.
Affrontato e scritto con ironia, ma soprattutto con la sua declinazione riflessiva, Il bambino dalle ali di cristallo ~ Una storia vera (Aliberti compagnia editoriale) è il suo personalissimo viaggio autobiografico. Il racconto si sdoppia correndo su due binari paralleli: l’uno ripercorre, senza filtri, la vita privata sin dalla nascita, cedendo strada e parola (un capitolo ciascuno), all’altro, al reportage dell’ Italian Tour, ossia al viaggio compiuto insieme con il fotografo Vito Raho nel 2012, “rotellando” per 8.500 kilometri lungo la penisola italiana alla ricerca di storie di “normale disabilità”. Perché il credo assoluto di Rotex è la ferma convinzione, ratificata da fatti concreti, che il concetto di  normalità possa essere  accostato a quello di disabilità.
Il diario di bordo è stato pubblicato sul blog che tiene su Vanity Fair Italia, rivista con la quale collabora e con cui continua a condividere le sue esperienze in veste di “viaggiatore rotante”, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Europa al Sudafrica. Perché le ali del titolo? La risposta nella penultima pagina. La 154.

« “Uffa, sempre sibillino sei! È stata una grande esperienza, ricca d’incontri, di energia, di vita. Siamo riusciti a raccontare quello che volevamo, o per lo meno ci abbiamo provato e chissà, magari in un prossimo viaggio lasceremo a casa specchi e ali. Grazie Fabio, sei stato il miglior compagno di viaggio che avrei potuto desiderare.” Fabio prende il suo zaino e s’incammina verso il check-in. Io’ rotello’ verso l’uscita con le lacrime agli occhi. Mentre esco le porte scorrevoli riflettono la mia immagine e la tentazione di evitarla è forte, ma poi mi fermo e mi guardo riflesso per intero. Mi rendo conto di non provare più disprezzo e tantomeno disgusto verso l’uomo che ho di fronte a me, anzi, potrebbe diventare mio amico, sento di volergli bene. Bentornato a casa, Fabrizio, Rotex, o chiunque tu sia”.»

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I libri che parlano di libri…

“Che c’entravano con me, con noi, chiacchiere di vecchi erotomani, memorie di viaggi così lontani da via Mameli 87 da sembrare impossibili, storie in cui pareva che la verità della vita fosse fatta solo di dolore, di ingiustizia, di crudeltà, di desiderio cieco. Di fallimento? Ma chi stavo frequentando? Vite che non erano la mia, per tirare in ballo il titolo famoso di un libro di Emmanuel Carrère. Vite che diventavano mie.
I pregiudizi ricevevano colpi quasi mortali. Lo spazio davanti agli occhi si allargava incredibilmente, caricandosi di possibilità.
Questo è stato leggere. Questo è. Fare entrare nella propria vita molte più persone di quelle che davvero riusciamo a incontrare per strada. Intrattenersi con bambini, adolescenti, adulti, vecchi, animali, con il mistero di ciascun vivente. E con il mistero delle cose, anche. Lasciarsi toccare da ogni esperienza, lasciarla depositare in noi. Avere quasi sempre le vertigini, per come si spalanca – leggendo – non solo lo spazio, ma il tempo.
Tu, davanti a un discorso simile, avresti detto che mancava la cosa più importante. Non so nemmeno bene come tradurla: c’entra con l’idea che leggere educhi, nobiliti, o meglio, che debba educare, nobilitare, formare l’individuo, il suo ‘animo’.”

È anche metaletterario il terzo viaggio.
Paolo Di Paolo con VITE CHE SONO LA TUA ~ Il bello dei romanzi in 27 storie (Editori Laterza), in un dialogo immaginario con la zia (“rea” di averlo iniziato alla lettura avendogli regalato il primo libro), racconta 27 storie, tante quanti i suoi anni da lettore. 27 romanzi che lo hanno segnato, tanto da non riuscire a immaginare come sarebbe, chi sarebbe, se nella sua vita non ci fossero stati e non ci fossero i libri. “Temo che sarei ‘un altro’: né peggiore, né migliore, un altro e basta. Un altro che non sono io.”
Un romanzo funziona, infatti, come un viaggio, “rende diversi rispetto al punto di partenza”.
Eccolo, così, “cancellare il lunedì” con Mark Twain; riconoscersi “nell’invenzione del sesso” di Philip Roth; “tornare indietro nel tempo” con Marcel Proust; “tenere per mano qualcuno” grazie a Cormac McCarthy; “trovare un posto sicuro” con Truman Capote; “sentirsi vivo” grazie a Virginia Woolf; “ridere nella tragedia” con Anne Frank; “fare la rivoluzione” con Gustav Flaubert; “sentir battere il cuore con Charlotte Brontë; “sopravvivere all’adolescenza” con J. D. Salinger; “trovare l’ultima parola” con Tolstoj…

E poi tante Altre storie (oltre alle 27), altre preziose pillole letterarie sino ad arrivare a 100.
E in quelle intuizioni, in quelle frasi, sentimenti, visioni, in quei semplici gesti, nei quali è possibile specchiarsi, trapela tutto l’entusiasmo e l’amore per la scrittura e per la letteratura, per “la carta e l’inchiostro” – complice una appassionata prosa lirica – dell’autore romano.

 

 “Leggendo possiamo vivere il non ancora vissuto e il mai vivibile,
dichiararci a qualcuno con un coraggio mai avuto,
percepire un dolore che somiglia al nostro o solo sapere che esiste.
Perché la letteratura ci racconta.
La sorpresa del crescere, le sfide, la scoperta del desiderio, l’amore, le ambizioni, le illusioni – magari perdute; la voglia di andare lontano o di tornare a casa;
la paura di invecchiare e tutte le paure, ma anche tutte le speranze.”
[Vite che sono la tua]
Paolo Di Paolo

 

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