29 giugno 2019

Tempo di diritti_Estate

«Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere» scrive Daniel Pennac in un suo saggio.
Potere letterario di immortalità.
La lettura è “un modo d’essere”. Un piacere scevro da imperativi. Non un dovere, essa deve poter assurgere a diritto: “il diritto di concedersi la gioia di essere lettore”.
E a guida di quest’ultimo – nonché a sostegno della lettura stessa – l’autore francese ha stilato un decalogo dei diritti imprescrittibili:

  1. Il diritto di non leggere
  2. Il diritto di saltare le pagine
  3. Il diritto di non finire un libro
  4. Il diritto di rileggere
  5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa
  6. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa)
  7. Il diritto di leggere ovunque
  8. Il diritto di spizzicare
  9. Il diritto di leggere a voce alta
  10. Il diritto di tacere.



 

«Chi siano i fascisti oggi è una cosa che non ha bisogno di me per essere evidente. Chi mette muri, chi limita la solidarietà ai suoi, chi mette gli uni contro gli altri per controllare entrambi, chi limita le libertà civili, chi nega il diritto alla migrazione con l’arma della legge e l’alibi della responsabilità, questi sono i fascisti oggi. Il problema è stabilire chi non è in parte coinvolto nella legittimazione del fascismo come metodo, cioè quanto fascismo c’è in quelli che si credono antifascisti.
Il rischio è dire: se tutto è fascismo, niente lo è. Non è così. Non tutto è fascismo, ma il fascismo ha la fantastica capacità, se non vigiliamo costantemente, di contaminare tutto».

Ironica, provocatoria (ma forse non troppo, come dalla stessa acclarato), lucida e brutale, la penna di Michela Murgia si lancia in un cimento tanto paradossale quanto verosimile mediante un’eccellente abilità dialettica.
Con il pamphlet Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi), l’autrice sarda pone tutti, nessuno escluso, dinnanzi alla consapevolezza della deriva in atto in Italia da oltre un decennio. E, viso allo specchio, l’immagine rimandata potrebbe essere “sorprendente”, corrispondendo, o anche soltanto avvicinandosi, a quella dei cosiddetti “nostalgici”.
Poche, ma precise istruzioni, poche e feroci lezioni che mostrano come gli “ismi” vietati dalla Costituzione  surrettiziamente abitino la vita politica, sociale e civile del Paese.
Aspre critiche ha suscitato, in particolar modo, il test del Fascistometro in coda al libro. Assolutamente da fare.

 

«È un torpore diffuso, una patina sulle cose, un movimento dell’abitudine. È il passo sonnambulo, lo sguardo perso, occhi che guardano e non vedono. La stanza fluttua in uno spazio senza materia. Ci sono solo io e questa stanza, io e questo muro di fronte a me. Fuori di qui, lo spazio si estende verso distanze impossibili: mentre cammino non esiste più, e non esistono i miei passi. C’è solo questo muro di fronte a me, e l’eterno chiasso dei miei pensieri. Difficilmente mi sento in compagnia. Io sono l’unica presenza permanente: non più vicino agli altri, ma più lontano da me stesso».
In nuce, un saggio sul metodo investigativo. Dato alle stampe, un romanzo strutturato in forma di dialogo, intimo e acuto, tra un anziano e navigato maresciallo ed un giovane “disorientato” e alquanto intelligente incontratisi per le fortuite circostanze della vita. La versione di Fenoglio (Einaudi), ultima fatica di Gianrico Carofiglio, è un manuale sull’arte dell’investigazione consistente nella meticolosa osservazione e nell’attento utilizzo delle parole – un’attività quasi prossima a quella dello scrittore o dello storico –  ma è anche un epitome sull’educazione umana. Bene e male, menzogna e verità non appartengono, infatti, alle definite e rigide canoniche categorie.

 

«In mare aperto basta lo schiaffo di un’onda per ribaltare un’imbarcazione.
In mare aperto ti viene detto di andare sempre dritto e che lì troverai l’Italia, ma l’orizzonte muta e quell’andare dritto potrebbe non esistere, potrebbe non esserci mai (…). In mare aperto non c’è nessuno e non c’è nessun taxi da chiamare. Taxi è un sistema di comunicazione e di trasporto comodo, veloce, metropolitano e non ha nulla a che fare con i soccorsi in mare. (…) Allo stesso modo le Ong non sono taxi del mare perché vanno in soccorso, ma non creano la tragedia».

Talvolta è impensabile il potere della parola e dell’immagine.
Con In mare non esistono taxi (Contrasto) Roberto Saviano affida una testimonianza che tenta di smascherare le falsità propugnate sul fenomeno migratorio alle parole e alle immagini di coloro che hanno documentato e fotografato quanto realmente accade nel Mar Mediterraneo: mercimonio e mattanza. Un’ardua impresa, «ma contro la bugia non c’è altra pratica che la testimonianza».
Saviano dialoga, quindi, con l’idioma della fotografia che vede oltre cento scatti di grandi autori internazionali quali Martina Bagicalupo, Olmo Calvo, Lorenzo Meloni, Paolo Pellegrin, Alessandro Penso, Giulio Piscitelli, Moises Saman, Massimo Sestini, Carlos Spottorno, cui si affiancano le conversazioni con quattro di essi: Giulio Piscitelli, Paolo Pellegrin, Olmo Calvo, Carlos Spottorno.
Oltre ad approfondimenti dei casi mediatici più emblematici, l’intervista a Irene Paola Martino, infermiera di Medici Senza Frontiere, chiude questo volume che tocca il più controverso tema di attualità.
«Sarebbe riduttivo considerare le fotografie delle traversate del deserto, delle prigioni libiche, dei gommoni in mare, dei salvataggi tra le onde, dei cadaveri che galleggiano foto di denuncia o di cronaca. Tutto questo ci riguarda, tutto questo è per noi informazione preziosa. Il messaggio che ci arriva può diventare carburante per mutare il corso delle cose o pietra tombale per descrivere la loro fatale inevitabilità.
A noi la scelta».

 

 

«Nei giorni seguenti la loro magia si accrebbe tanto che ormai dominavano del tutto i propri poteri. Acquistarono così abbastanza fiducia da lasciare le pianure incantate e vagare per la Terra.
Ogni volta che trovavano un luogo adatto, chinavano la testa e toccavano il suolo con il corno. In un istante, da quel punto nasceva una nuova famiglia di esseri come loro.
Una famiglia di unicorni è chiamata “benedizione” e ogni nuova benedizione da loro creata era unica del suo genere. Presero vita così le sette famiglie di unicorni che si stabilirono in ogni dove, dai ghiacci del nord fino alle sabbie roventi del deserto».

Affascinato sin da bambino da queste iconiche creature, Selwyn E. Phipps ha esplorato il mondo avventurandosi in perigliose spedizioni alla loro ricerca. Ora, il presidente della Società dell’Unicorno Magico, pronto a trasmettere e divulgare il suo sapere a piccoli e grandi, ha scritto Il magico libro degli unicorni – Guida ufficiale (Gribaudo), impreziosita dalle illustrazioni di Harry Goldhawk e di Zanna Goldhawk. Un’esaustiva guida immersiva nel magico mondo dei liocorni da sempre impiegati per simboleggiare valori e comunicare concetti: i loro poteri, il loro habitat, le loro abitudini di vita, la loro storia, le leggende delle sette famiglie di unicorni (Lune d’acqua, Fiamme del deserto, Ombre della notte, Fiori del bosco, Nomadi del ghiaccio, Gioielli di montagna, Cercatori di tempesta), credenze e superstizioni ad essi legate.
E il presidente dell’Organo più autorevole in materia non esclude la possibilità di entrare a farne parte.

 

«Chi è davvero Sara Gama, anzi la dott.ssa Sara Gama?
La capitana della nazionale femminile di calcio? L’icona del calcio femminile che la Mattel, la creatrice di Barbie, ha scelto come modello per una bambolina, da proporre per le bambine del terzo millennio in una società multiculturale? L’elegante figura con la divisa blu della nazionale, che ha raccontato al presidente Mattarella la storia e le aspirazioni del calcio femminile? L’anticipazione di un popolo dell’Italia che verrà?».
Il suo schizzo delineato a quattro mani insieme con quelli di tante altre, petali della rosa della Nazionale femminile di calcio impegnata nel campionato Mondiale che si sta svolgendo in Francia, è stato raccolto in Quelle che … il calcio – Le ragazze del Mondiale (Compagnia editoriale Aliberti) da Milena Bertolini con Domenico Savino.
Da Chiara Marchitelli a Greta Adami, da Alice Parisi a Barbara Bonansea, da Elena Linari a Cristiana Girelli, da Elisa Bartoli ad Aurora Galli, da Ilaria Mauro a Lisa Boattin, a Laura Giuliani  sino ad Elide Martini, segretario generale della nazionale. Da piccoli sogni a grandi realtà, con cuore e passione.
L’io di ognuna traccia la propria storia, il proprio approccio al pallone, per alcune “malattia infantile”, per altre colpo di fulmine, per altre ancora, fuga dalle faccende domestiche, confluendo, tutte, nella storia del calcio femminile che dopo vent’anni torna, finalmente, a disputare il campionato Mondiale.
E questo grazie anche all’allenatrice della Nazionale, Milena Bertolini la cui vita è una sintesi della complessità della terra, Correggio, che le ha dato i natali, del suo humus culturale, sociale e politico: «La storia di Milena non è solo la sua storia individuale. La sua è anche una storia  collettiva, la storia di una comunità, la storia di un mondo in cui è cresciuta.
La battaglia che ha condotto in prima linea per il riconoscimento del calcio femminile è il prodotto di lotte di emancipazione sociale, che – piaccia o meno – hanno una radice ben più profonda e antica». L’avversario da affrontare ancora oggi è, infatti, su di un “campo” deriso e vituperato da una cultura retriva, sessista e misogina. I diritti sono consequenziali all’essere: si accordano i primi laddove il secondo è riconosciuto. Negazione di un determinato essere, dunque? Pare di sì. La cronaca quotidiana ridondante di femminicidi, violenze, soprusi e di nuove e occulte espressioni di schiavitù, lo conferma.
Colonna sonora del viaggio delle Azzurre sono le note e le parole dell’inno “L’azzurro siamo noi” di cui Domenico Savino, insieme con Mirco Dal Porto e Gianfranco Fornaciari, è autore e produttore.
Giunta ai Quarti di finale la Nazionale oggi ha purtroppo perso contro l’Olanda.
Su di un prato verde, sotto un cielo immenso e azzurro, l’augurio è comunque che il vento le accompagni sempre avanti, verso la “vittoria”.

 

«Un giorno di ottobre sul battello Ischia-Capri un uomo appoggiato al parapetto di prua contro il vento e e il sole guardava fisso e senza pensiero il blu del mare e le spume bianche.
Disse: “L’estate è finita”, la gola si chiuse e non poté più parlare. Allora pensò: Chissà dove sarà” e rivide accanto a sé su quello stesso parapetto di prua la moglie che non vedeva più da molti anni, e come quell’estate la guardò. (…) Aveva lunghi capelli castani raccolti a coda di cavallo ma battuti dal vento, un volto ovale timido e selvatico da suora orientale. (…) Aveva diciannove anni, non parlava quasi mai, si muoveva e camminava in fretta con confusione e grazia, spesso aveva fame, sete e sonno
».
Dalla A di Amore, di Altri, di Amicizia, alla B di Bellezza, di Bacio, dalla C di Caccia, Carezza, Cinema, alla D di Dolcezza, di Donna, dalla E di Estate, di Eleganza, alla F di Felicità e Fame, dalla G di Gioventù, di Guerra sino alla lettera S di Sesso, di Simpatia, di Sogno e infine di Solitudine. Con Sillabari (Adelphi) Goffredo Parise desiderava scrivere racconti – poesie in prosa – sui sentimenti umani dalla A alla Z, ma considerata la “volubilità” della poesia (come dell’amore), divenuto orfano di essa alla lettera S, fu costretto ad abbandonare i propri programmi a quel traguardo alfabetico. Pubblicati nel 1982 e comparsi in precedenza sul Corriere della Sera, i suoi versi presentano la forza e la bellezza del lirismo calato nell’astrattezza, nella labilità e nel senso di sospensione sottesi ad ogni parola, nonostante la dovizia nella descrizione di luoghi e personaggi anche nei loro profili psicologici.
Il Sillabario parisiano è un dizionario emotivo, un abbecedario per imparare a leggere lo spettro dei sentimenti umani tanto forti quanto instabili.

 

 

«Perché mi avete voluto così bene? È vero che mi avete voluto bene o me lo sto inventando? Se m’invento il vostro amore, è una cosa bella. Se è stato reale, lo è lo stesso. Perché per far uscire quell’amore dall’ombra devo viaggiare. Il viaggio più lento del mondo, e il più prodigioso. (…)
Hai viaggiato tanto quest’anno, tanto, tanto.
In tutte le città della terra (…) in tutte le strade, le navi e gli aerei,
in tutte le mie risate, sei stato là, nitido
come la memoria trascendentale, ecumenica e luminosa,
nitido come la misericordia, la compassione e l’allegria,
nitido come il sole e la luna,
nitido come la gloria, il potere e la vita».

Talvolta occorre distanza per cogliere la bellezza. Una bellezza palesata, audace, ma anche celata e sottesa al non detto, al non fatto. È stato capace di coglierla Manuel Vilas, autorevole voce del panorama letterario spagnolo e Premio Strega Europeo 2018, nel potente memoir In tutto c’è stata bellezza (Guanda). I ricordi, gli oggetti, la perdita, il dolore, l’invecchiamento, la storia della Spagna, tutto contribuisce al racconto di questa struggente e cruda celebrazione di amore filiale per i genitori scomparsi.
Convinto che scrivere della propria famiglia sia terapeutico, “senza nessuna finzione, senza romanzare, ma solo raccontando ciò che è successo, o ciò che crediamo sia successo”, Vilas narra, lambendo i confini della poesia, una bellezza che risiede nel prologo, nello svolgimento ed anche nell’epilogo della vita. Un viaggio con chi non è più, ma al contempo è ancora.

 

«È questo il guaio con le persone, il problema delle loro radici.
La vita scorre di fianco a loro, invisibile. Proprio lì, proprio accanto. Creando il terreno, il ciclo dell’acqua. Negoziando sostanze nutrienti. Formando il clima. Costruendo l’atmosfera. Nutrendo e curando e riparando più specie di creature di quante le persone riescano a contare.
Un coro di legno vivente intona alla donna: “se la tua mente fosse una cosa un po’ più verde, ti sommergeremmo di significato”.
Il pino a cui è appoggiata dice: “Ascolta. C’è una cosa che devi sentire”».

Leggere Il sussurro del mondo (La nave di Teseo) di Richard Powers equivale a tagliare il tronco di un albero e ascoltare le storie che gli innumerevoli anelli raccontano, mentre l’aria profuma di aghi e l’energia freme nel cuore del legno, tanta è la sua vastità, immensa la sua profondità. The overstory è, infatti, il titolo originale: una sovrastoria di miliardi di anni che separano la natura dall’uomo.
Premio Pulitzer per la narrativa 2019 con la motivazione “Un romanzo dalla costruzione geniale, rigoglioso e ramificato come gli alberi di cui racconta: la meraviglia della loro interazione evoca quella degli uomini che vi vivono accanto”, Il sussurro del mondo è un romanzo epico, di lotta, un romanzo sul rapporto e sulla distanza tra uomo e natura. È un romanzo sulla presa di coscienza da parte dei nove personaggi umani dell’emergenza ambientale e della catastrofe che si sta consumando. Veri protagonisti sono, tuttavia, gli alberi – radici, tronco, chioma e semi sono i titoli dei quattro capitoli in cui il libro si declina – ambasciatori dei valori di solidarietà e di cooperazione, capaci di comunicare tra loro e di sussurrare “cose in parole che precedono le parole”.
Del resto«All’inizio non c’era nulla. Poi c’era tutto».

 

«La navata in cui si trovava gli parve a un tratto l’interno di un corpo che sfiatava ‘dentro’ anziché ‘fuori’. Si sentiva in una situazione assurda, in cui tutto poteva succedere: topi che uscivano dai confessionali, donne ignude che vagavano fra i banchi, diavoli che predicavano dal pulpito, un giardiniere che veniva a piantare un orto per terra, un drogato che si ficcava una siringa nel braccio, una squadra di calcio che si tirava la palla, un cadavere che pioveva dal soffitto, un chirurgo che cavava serpi dalla pancia di un paziente. Quella musica aveva qualcosa di demoniaco e di divino al tempo stesso. (…) Borrani era sbalordito».
Il cinico, presuntuoso, ciclotimico avvocato Leopoldo Borrani – alter ego del suo creatore – è tornato. E alla sequela degli aggettivi che lo descrivono si legga ora anche “antimetafisico”.
Con I veggenti (Pendragon) lo scrittore e avvocato reggiano Giuseppe Benassi, ispirato, infatti, dai volti senza pupille ritratti da Modigliani, svela un mondo, tra Livorno, Parigi e Volterra, in cui irrompono la magia, l’esoterismo, le cosiddette ‘coincidenze significative’. E nel farlo inscena due guerre parallele: quella tra metafisici, coloro che sono capaci di vedere con gli occhi della mente trascendendo la materialità e approdando ad una dimensione altra, al di fuori dalle leggi temporali e spaziali, e gli antimetafisici, coloro che vedono con gli occhi della vista, che vedono la realtà materiale raggiungibile mediante i sensi; e la guerra tra uomo e donna, con la segreta ammissione (in accordo con Nietzsche) della netta superiorità della seconda.

 

«Quanta sofferenza. Quanto caos. Quanta indifferenza.
Da qualche parte nel futuro, i nostri discendenti si chiederanno
come abbiamo potuto lasciare che tutto ciò accadesse».
[La Frontiera]
Alessandro Leogrande

 

 

 



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