19 ottobre 2019

Possibilità_Ottobre

 

 

«D.  Come considera il caso che vi ha messo sullo stesso sentiero, nello stesso giorno e orario?
R.  Una coincidenza.
D.  Definizione incompleta, per me: coincidenza volontaria o fortuita? Per me inquirente la coincidenza è un indizio. Se le assegniamo il valore numerico di una probabilità, si avrebbe una cifra di zero seguita da virgola e da altri zeri. Perciò cerco un’altra spiegazione. Che voi due foste lì per caso è talmente improbabile da essere impossibile.
R.  Impossibile è la definizione di un avvenimento fino al momento prima che succeda. Con tutti gli zeri che vuole metterci, lei e la statistica non potete negare le coincidenze. Esistono alla faccia degli zeri. Una quantità di di scoperte ne sono state l’effetto, e anche una quantità di disastri. (…) Dal punto di vista di persona presente sul posto, so che il suo impossibile è accaduto».

Un anziano, un tempo rivoluzionario, ora accusato di omicidio, ed un giovane magistrato. Un interrogatorio che alle domande e risposte lascia progressivamente spazio ad un dialogo tra due uomini in cui le generazioni di appartenenza parlano una lingua differente, acuta, vigile, ideologica. Una lingua che interroga ed una che risponde e che racconta come l’impossibile, che vive l’esistenza di ognuno, sia costante vittima della sua inesorabile possibilità. Forse come anche l’amore.
Con Impossibile (Feltrinelli) torna l’abilità diegetica di Erri De Luca.

 

«È così che intrapresero quel viaggio Paolo e Pietro, padrone e servo, principe e porcaro. E dovettero imparare la teoria  dei paesaggi che parevano scorrere oltre i i finestrini opachi del mezzo militare che li trasportava, talmente vibrante a ogni asperità del terreno da far temere che si potesse disarticolare fra una buca e l’altra. Ma erano loro che partivano, per andare lontanissimi, al corno grande della forca. Il paesaggio, per quanto fingesse di correre, restava esattamente dov’era e dov’era sempre stato e dove sarebbe rimasto. Dovettero imparare dunque che viaggiare è sempre dover mutare lo sguardo con ostinazione e, con ostinazione, superare l’ansia di quel mutamento. Perché i semplici nomi  – alberi, monti, colline, ruscelli, nuvole, cielo, mare – non bastavano a definire quasi nulla di ciò che sfuggiva davanti ai loro occhi. Perché tutto ciò che sapevano, o credevano di sapere, all’improvviso appariva talmente ridotto da far risultare immensa, annichilente, paurosa, quella multiformità».
Pietro e Paolo, due amici – intimi -. Più forte il primo, più fragile il secondo. Due nomi – biblici – che attraversano il tempo camminando e correndo avanti e a ritroso, in un alternarsi di analessi e prolessi, lungo quel “tratturo pietroso” che porta a Nuoro, lungo quella strada che li vede ora bambini, ora adulti. In Pietro e Paolo (Einaudi) ci sono le descrizioni chirurgiche di Marcello Fois, c’è sempre la Sardegna, bella e insidiosa, con i suoi inverni metallici testimoni di quell’inizio di Novecento in cui la guerra impazza. E c’è un patto, c’è fede, e forse anche un tradimento.

 

«Mentre eravamo a tavola, mi resi conto che Eiolf non aveva mai incontrato nessuna di quelle mie nuove conoscenze micofile. (…) Era un pensiero strano, per me, abituata com’ero ad avere Eiolf come testimone di tutta la mia vita di adulta. E in quanto testimone di vita, Eiolf era la persona a cui non mi toccava spiegare le cose, cose che avevano un senso per noi due soli, e che per altri erano prive di significato. Quando si perde il testimone della propria vita, si perde anche una parte di se stessi.
È stato quello il momento in cui ho capito che cominciava a prendere forma un nuovo capitolo della mia esistenza».

È sufficiente un secondo perché la propria vita cambi, per sempre. Per Long Litt Woon un solo battito cardiaco segna inappellabilmente un prima e un dopo.
LA VIA DEL BOSCO – Una storia di lutto, funghi e rinascita (Iperborea) è un memoir, è un manuale tecnico (ricco di illustrazioni), è un salvifico viaggio che da quel battito cardiaco interrotto prende vita inoltrandosi nei paralleli sentieri inesplorati del regno naturale e della via “eterna” dell’animo.
«Se qualcuno mi avesse avvertita che la mia àncora di salvezza, quella che mi avrebbe rimessa in piedi e riportata sul sentiero – letteralmente – , sarebbero stati i funghi, avrei alzato gli occhi al cielo» scrive l’autrice. Quale nesso esiste, infatti, tra i funghi e il lutto? Tra due argomenti all’apparenza così distinti e distanti? L’antropologa e micologa malese lo illustra in questo poetico libro, anche mediante differenti cromie di scrittura.

 

«Piano intorno alla barca, piano
come stelle quando la terra è spenta e le parole degli uomini,
i pensieri brancolanti e i sogni cadono dimenticati.
Poso i remi negli scalmi,
li abbasso e li alzo. Ascolto.
Il mesto sciacquio di gocce nel mare
cementa il silenzio. Piano, verso un altro sole,
dirigo la barca nella nebbia: il fitto nulla della Vita.
E remo, remo»
[da ‘Un altro sole’]
Kolbein Falkeid

 

 

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