8 marzo 2019

Domande e risposte_Marzo

 

 

«La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista; quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare (…) di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida.
L’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all’incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita di felicità.  È per questo che una felicità ‘autentica, adeguata e totale’ sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso».

Cos’è la felicità?
Come funziona la sua ricerca?
Cosa non funziona in essa?
Come funziona il desiderio di felicità?
Qual è il legame tra l’aumento della ricchezza e la felicità?
Qual è il rapporto tra presente e futuro?
Dal padre della locuzione neologica ‘società liquida’, Zygmunt Bauman le possibili complesse risposte a quesiti anche ontologici, che attanagliano l’essere umano, nel saggio L’arte della vita (Laterza) anche chiamando all’appello altri molossi della filosofia.
Bauman si rivolge all’umanità tutta: «perché ognuno è artista e nessuno può fare a meno dell’arte».

«Aprire la porta di casa e accendere automaticamente la luce è sempre il momento più brutto della giornata, per Karolina. Anche alzarsi ogni mattina è una tortura, non solo per via dei farmaci che le riempiono la testa di bambagia sino a metà giornata. È proprio la vita, le ore che non passano mai, i sessanta secondi scanditi dalle lancette per mettere insieme un solo minuto, è l’idea stessa di tutto quel tempo svuotato tra il risveglio e il sonno che le fa andare il cervello in pappa».
Chi non è arrabbiato?
Com’è il presente? E il futuro prossimo? Molto prossimo?
Qual è il rapporto tra Palermo, Bruxelles, Roma e la Pianura Padana Emiliana?
Chi sono i ‘bambini viventi’? E gli ‘spiriti nascosti’?
Cosa significa: “un altro mondo”?
E, «Cosa significa fare letteratura in tempi bui?»
È deflagrante il comune denominatore delle storie narrate da Evelina Santangelo in Da un altro mondo (Einaudi): la deriva dell’autodistruzione, del dolore, della perdita di sé, delle conseguenze dell’odio.
Racconta di anime nascoste e fluttuanti in un vicinissimo 2020. Ombre chiare e scure provenienti anche dal mare, e tutte alla ricerca di qualcosa: salvezza, libertà, presenze, risposte, significati, talvolta ormai vani. Le storie portanti, quella di una madre alla ricerca del figlio scomparso, quella di un ragazzo che ha perduto sé stesso, quella di un bambino giunto da Aleppo con l’inseparabile  trolley, quella di un “vecchio Orso”concentrato sulla semplice concretezza, viaggiano su binari paralleli della trama tessuta dalla scrittrice siciliana, ora intersecandosi, ora lambendosi anche solo in virtù di quel comune denominatore.
Candidato al Premio Strega 2019, Da un altro mondo è un romanzo tanto suggestivo quanto disarmante e feroce, calato nella più vera attualità.

«Camminavo per le strade alla fine di un novembre ancora mite godendomi quella lunga assenza che sembrava si sarebbe concretizzata in presenza. Cercavo la risposta a cosa avrei dovuto fare, a come avrei dovuto comportarmi, alle parole che avrei dovuto dirgli, alle domande che avrei voluto fargli. Ma la soluzione a tanti nodi sarebbe arrivata d’istinto. Provarci, mi sussurrò il cuore. E aggiunse: tutti hanno diritto a una seconda possibilità. Certo, ma in qualche caso è come dare una pallottola a chi una prima volta ti ha mirato e mancato».
Cos’è l’amore?
Come cambia la vita?
Chi è il narcisista patologico?
È possibile uscire da una prigionia sentimentale?
Cos’è il love bombing? E chi è il serial killer dell’anima?
Antonella Mattioli, avvocatessa, con L’AMORE CHE NON TI MERITI. Il racconto di una prigionia sentimentale. Dall’incubo alla liberazione (Aliberti Compagnia Editoriale) risponde in prima persona. Come recita il sottotitolo, la sua è una storia purtroppo comune appartenente all’iterazione quotidiana dei femminicidi. Questo, tuttavia, è il primo libro pubblicato in Italia che tratta la patologia del “narcisista patologico”, malattia che colpisce il 5% della popolazione.
La scrittura è stata una terapia per l’autrice modenese, come salvifico l’amore per il figlio e, infine, anche il perdono, soprattutto per se stessa.
Pur «avendo bevuto la feccia di un vino avvelenato sino all’ultimo sorso» l’evasione da quell’inferno che stupra psichicamente è possibile: perché la storia di Antonella Mattioli racconta «di un amore, di una morte e di una lunghissima rinascita».

 

«L’unica ossessione che vogliono tutti: l'”amore”.
Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime?
Io la penso diversamente.
Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza.
Tu sei intero, e poi ti apri in due».
[L’animale morente]
Philip Roth

 

 

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