27 giugno 2018

Di vita in vita, di destino in destino_Estate

 

“Il libro è una cosa: lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e lo leggi diventa un mondo”, scriveva Sciascia.
Eh sì, c’è un mondo in ogni libro.
Non è difficile raggiungerlo. È sufficiente un semplice gesto, la curiosità della scoperta, una predisposizione della mente, dell’animo, e, talvolta, anche il coraggio di leggere se stessi.

 

 

«Ma in quel momento si accorse di avere un pubblico.
Cinque soldati tedeschi e un cane poliziotto tenuto al guinzaglio stavano guardando giù nel letto del ruscello.
Gli occhi azzurri dei soldati erano pieni di una confusa curiosità da borghese: non capivano perché un americano stesse cercando di ammazzarne un altro così lontano da casa, e perché la vittima ridesse.»
Definito pietra miliare della letteratura antimilitarista e tra i più significativi libri contro la guerra, Mattatoio n. 5 (Feltrinelli) trae ispirazione da vicende realmente vissute dal suo autore, Kurt Vonnegut. Il mattatoio è quello situato sopra il suo rifugio, una grotta scavata nella roccia; la chiave di lettura è quella sardonica, grottesca ed anche fantascientifica (Vonnegut è considerato, infatti, uno dei massimi scrittori di fantascienza); la lingua è quella visionaria capace di descrivere la distruzione di Dresda, avvenuta nel febbraio del 1945, con inimitabile maestria.

 «Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: benissimo.
Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido, perché sto bene così. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate, la mia passione. Poi torno alla mia scrivania e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene.
Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata dalla prigione. Da mia madre. Dopo, quando chiudo la chiamata, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto.
E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo.
O così credevo, fino a oggi.»
Un evento straordinario altera, infatti, schiudendo un mondo, l’anodina e misantropa routine della protagonista nata dall’esordiente penna di Gail Honeyman.
Un “caso editoriale”, “l’esordio dell’anno”, in corso di pubblicazione in 35 paesi, Eleanor Oliphant sta benissimo (Garzanti) è un romanzo apparentemente lieve e facile,. Tanta, infatti, è l’anima racchiusa in esso e complesso l’animo. L’identificazione del lettore (forse più appartenente al genere femminile), nonostante esistenze antitetiche, ne è conferma.

«Li vidi bagnarsi in piscina, di notte. Erano in tre ed erano molto giovani, poco più che bambini, come allora ero anch’io.»
Torna dopo dieci anni, dopo La solitudine dei numeri primi, Paolo Giordano con un romanzo di formazione corale. In Divorare il cielo (Einaudi) l’autore torinese, classe 1982, racconta la fame della propria generazione di una sorta di “nostalgia di fede”, di un’idea assoluta che funga da chiave di lettura della complessità del mondo in cui essa è immersa.
Così Teresa (voce narrante), Nicola, Tommaso e Bern, insieme con altri, divorano visioni compulsandone sempre nuove.
Divorare il cielo ha già fatto innamorare i delusi dal più “emotivamente inibito” precedente titolo.

 

 

«Quella che ho al posto dell’io è una varietà di interpretazioni in cui posso produrmi, e non solo di me stesso: un’intera troupe di attori che ho interiorizzato, una compagnia stabile alla quale posso rivolgermi quando ho bisogno di un io, uno stock in continua evoluzione di copioni e di parti che formano il mio repertorio. Ma sicuramente non possiedo un io indipendente dai miei ingannevoli tentativi artistici di averne uno e non lo vorrei. Sono un teatro e nient’altro che un teatro.»
Impossibile illustrare la trama de La controvita (Einaudi) di Philip Roth, essendo comunque sempre lungi l’intenzione di riportare per esteso la sinossi dei libri.
Geniale e vertiginoso, il romanzo è una congerie di immutabilità, di accidentalità, di elusività, di afferrabilità, di bizzarria, di prevedibilità, di attualità, di potenzialità e di illusorietà.
Presente è Nathan Zuckerman, uno degli alter ego seriali rothiani, che con la sua impeccabile perizia metaletteraria accompagna il lettore in diversi viaggi, dal New Jersey a Israele, attraversando i territori della famiglia, del sesso, dell’identità, della religione, della scrittura.

« “Dottore, perché non sento la musica?”(…)
In pratica nel momento in cui alla ragazza veniva in mente il concetto di ‘musica’, la musica si spegneva. L’idea della musica spegneva la musica stessa. (…)
Ma un attimo dopo ebbi la certezza che la ragazza non sentiva. Dal suo viso era scomparsa ogni tensione, e adesso era chiaro che i suoi occhi erano sgranati invano verso il silenzio. In quegli occhi spuntarono le lacrime, su cui le pupille limpide sembravano fluttuare…»
La psicanalisi interpreta, attribuendo significati all’inconscio.
Così il dottor Kanuzori tenta di dare un nome al “silenzio” di Reiko, sua nuova paziente: l’incapacità di ascoltare la “musica”, metafora, secondo l’orecchio di Yukio Mishima, dell’orgasmo.
Musica (Feltrinelli) del grande autore giapponese, morto suicida nel 1970 con il rituale seppuku, è un elegante romanzo che, strutturato come una relazione medica, tra “verità e menzogna” e virate nel giallo, parla di equilibri, di conflitti e di aporie, facendo trapelare l’idiosincrasia verso il processo di occidentalizzazione che Mishima combatté strenuamente sino alla fine.

«Bisogna smetterla di trattare i jihadisti come fossero pazzi. Questo attenua la loro responsabilità e la gravità dei loro atti. Sono dei guerrieri. Attaccano l’Europa, il suo modo di vivere, la sua passione per la libertà e per la singolarità di ogni individuo. (…) C’è un versetto che dice, senza alcuna ambiguità: “Colui che uccide un innocente, uccide l’umanità intera” (sura 5, versetto 32). Quindi sono semplicemente degli assassini, né martiri, né musulmani.»
Alda Merini apprezzava le persone che sceglievano con cura le parole da non dire.
Tahar Ben Jelloun utilizza la medesima accortezza nello spiegare ai giovani il terrorismo. Con Il terrorismo spigato ai nostri figli [Ai nostri figli va detta la verità: hanno bisogno di parole scelte con cura] – edito da La nave di Teseo – il saggista e scrittore marocchino riprende il dialogo intavolato con la figlia oltre vent’anni prima quando rifletteva sul razzismo. Ora l’oggetto è la natura del terrorismo. Le parole sono importanti, fondamentali. Philip Roth diceva: “Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”.
Le parole possono ferire, ma anche educare e la responsabilità dell’educazione è imprescindibile.

 

 

«Suor Liberata e Entusiasmata di Dio, alle 8.30 in punto oltrepassò la soglia d’ingresso con passo marziale, dispensò gli alunni dall’abituale alzata in piedi di saluto – comodi, comodi – e, raggiunta la posizione di dominio, introdusse con trasporto e orgoglio incontenibile l’ospite che con lei, quella mattina, sarebbe scesa in campo nella grande opera didattica delle Giovannine. La classe, comunque, rimase ammutolita. Una civile vicino alla monaca? Lì? Da loro? Una civile… magari madre e moglie di qualcuno? O addirittura peggio… fidanzata? Il gelo attraversò l’aula. Era un segnale difficile da decifrare, quello. Era una punizione, era l’annuncio di qualcosa di brutto che stava per cominciare? E le mamme lo sapevano? Oddio, il futuro era così incerto…»
Nonostante la sua giovane età, è ricco il curriculum di Roberto Corradi. Umorista cresciuto alla scuola dei grandi autori della comicità italiana, in Via Convento –Sottotesto: Ho fatto il militare dalle suore – (Aliberti compagnia editoriale), mette, infatti, in pratica le lezioni apprese di ironia e di cinismo nel rappresentare il micro mondo, claustrale e grottesco, delle suore Giovannine e delle “vittime”, poi reduci dalle scuole elementari dirette dalle monache.
Dall’infanzia all’adultità Corradi coglie i tratti di questa dimensione “irreale” e “irrelata”, di questi sopravvissuti “al fronte” con tagliente esilaranza.
Via Convento è dedicato a tutti. Perché tutti sono “reduci da qualcosa”.

«Le isole più piccole possono nascere in una notte, e sparire in una notte. Laggiù, sotto il mare, tutte le terre emerse s’incontrano.»
La casa editrice dedicata alla letteratura nord – europea, Iperborea, regala un piccolo gioiello: Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen. Immagini dalla potenza evocativa e incorporea dipingono la storia di una famiglia le cui origini allignano a Suðuroy, l’isola più meridionale dell’arcipelago delle Faroe, nell’Oceano Atlantico, terre in cui soltanto “creature mitiche e fantasmi” possono camminare. Protagonista è anche il tempo, e i ricordi, e ancora la nostalgia.

«Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.»

«Talvolta è di aiuto lasciar spazio alla poesia, poiché essa è capace di condurre al di là delle parole, di raggiungere gli animi in profondità.»
Dedicata alla moglie scomparsa, Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale appartiene alla raccolta poetica di Eugenio Montale intitolata Satura (Mondadori).
Diviso in due parti – Xenia e Satura – e comprendente i versi scritti tra il 1962 e il 1970, in questo quarto libro poetico si trovano tutta la passione, l’ironia, il metafisico, “la prospettiva del rovescio”, tutta la vita e la morte che connotano l’opera di Montale.
Lirici doni offerti al lettore.
La poesia è universale, così come i gradini di vite che durano un flebile ma al contempo – si spera – un infinito afflato.

 

“Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.”
[Satura]
Eugenio Montale

 

 

 

 

 

 



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