21 novembre 2018

Calci. Legami. Risposte_Novembre

 

 

«Lo sanno tutti che mi piace giocare al calcio, e per questo c’è sempre qualcuno che mi chiama. Io vado soltanto a giocare. Per me l’arte è gioco ed anche il gioco, in qualche modo, è arte.»
È un rapporto piacevolmente contraddittorio quello tra Pier Paolo Pasolini e il calcio. Per l’intellettuale bolognese era un linguaggio umano. Era un rito.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio sì. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo.»
Scritto da Valerio Curcio, prefato da Antonio Padellaro e con tantissime testimonianze dirette, interviste e fotografie inedite, Il calcio secondo Pasolini (Compagnia Editoriale Aliberti) racconta un Pasolini inedito: il giocatore ( anche con “i ragazzi di vita” della borgata romana), il tifoso (una “”malattia” durata una vita per il Bologna), il narratore indiretto (onnipresente nel suo microcosmo urbano è la “partitella”), il cronista (“un vero artista multimediale”), l’intellettuale (teorizzò una linguistica ad hoc). Il calcio è prosa e poesia per Pasolini che con il pallone intratteneva un rapporto sentimentale. Giocando, con esso prendeva corpo e, non appena terminato, da bambino che era divenuto “tornava l’adulto inquieto e doloroso”.

«Questo libro è per le spighe di grano, per le mucche, per i cieli d’estate e la neve, per le stelle e l’erba, per la polvere e il dondolo, per una crostata di ciliegie e per le cartoline; ma questo libro è soprattutto per gli acerbi ragazzi che eravamo, per i dettagli in cui ci siamo persi, per i guai che ci hanno ammaccato, e per la porta che siamo riusciti ad aprire, finalmente liberi di vivere giorni più luminosi.»
Così recita – meravigliosamente ed eloquentemente – la quarta di copertina di Vincoli [Alle origini di Holt] per NN Editore. Romanzo d’esordio di Kent Haruf, autore della Trilogia della Pianura, esso è nuovamente ambientato nella pianura polverosa del Colorado. Torna, dunque, la contea di Holt. Tornano i suoi abitanti, i primi della penna harufiana. Torna la sua luce primigenia, ora cupa, scura, dolente e legata che parla di prigionie, di vincoli e di legami familiari e “naturali” con una terra viva e spietata.
«E Lyman, che dire di Lyman? Anche lui era intrappolato, dopotutto. Voglio dire, di sicuro non era un ragazzo di città. Era solo un sedicenne di campagna, alto, con le ossa grandi e un groviglio di capelli, i polsi scorticati, la tuta rattoppata e gli scarponi, e sembrava sempre barcollare in una sorta di stordimento, come se avesse perso qualcosa e non riuscisse a ricordare cosa né dove cercare. Lyman era intrappolato in quella fattoria in mezzo alle colline sabbiose proprio come sua sorella. Bloccato nella stessa morsa, sepolto nello stesso buco fangoso da cui spuntava solo il suo mento; e penso che Lyman non fosse nemmeno in grado di alzare la testa per guardare in giro, per vedere che lì intorno non c’era assolutamente niente, se non altro fango.»

 «Ho scritto perché volevo vedere se ne ero capace». È questa la risposta alla domanda che dà il titolo all’ultimo libro di Philip Roth PERCHÈ SCRIVERE? – Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013 (Einaudi). Dopo aver appeso la penna al chiodo nel 2012, il grande autore americano torna con questa sorta di lunghissima risposta (postuma) che ripercorre la sua intera vita “letteraria” trascorsa in compagnia dei suoi iconici alter ego finzionali. Un viaggio che attraversa i detrattori, le riflessioni sulla comunità ebraica, sulla maturità, i dialoghi con gli altri grandi scrittori a lui coevi o del passato; che svela retroscena e che racconta di quella imprescindibile rappresentazione vigorosa, concreta, dettagliata delle cose animate e inanimate, di quella fisicità del romanzo realistico con le sue moltitudini di realtà differenti, di quel fervente interesse per la natura singolare delle cose e dell’avversione per le generalizzazioni che compongono la “spietata intimità della narrativa”, vera missione del romanzo: «ritrarre l’umanità nelle sue caratteristiche più minute. Mi sono dedicato a questo compito fino a circa tre anni fa, quando un mattino mi sono svegliato con un sorriso in volto, perché avevo capito che nel sonno mi ero miracolosamente affrancato dal mio padrone di una vita: le stringenti esigenze della letteratura».
Quindi…« Eccomi qui, senza travestimenti, le invenzioni e gli artifici del romanzo. Eccomi qui, privo degli stratagemmi e spogliato delle maschere che mi hanno consentito quel tanto di libertà nell’immaginazione che sono riuscito ad avere come scrittore di narrativa. »
Quindi…ecco nuovamente Philip Roth.

 

« La partitella, nel cuore della borgata,
tra i lotti che oltre al sole, e a qualche figura
di sorella, di madre, coi golf dei giorni di lavoro,
non hanno nulla da offrire alla nuova primavera…»
[‘Poesia in forma di rosa’
Il calcio secondo Pasolini]
Valerio Curcio

 

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