11 dicembre 2018

“Aprire il libro”_Dicembre

 

 

«Ogni lettore mentre legge il libro viene letto dal libro, diventa un libro per il libro. nell’incontro con un libro che diviene indimenticabile, la prima lingua del soggetto (la sua lalingua) è toccata, riavviata, sollecitata a riemergere. Noi, in fondo, non siamo che questo: frammenti di memoria, immagini, affetti, tracce accavallate, stratificate del nostro passato, presenza sempre attraversata da assenze: le bocche di leone arrampicate sui muri di pietra bagnati dalla pioggia d’estate, le nebbie spesse che impediscono di vedere l’altro lato della strada, il profumo della polenta d’inverno, le parole in friulano di mia madre che conversa con i nostri parenti, il mistero della sua bellezza, la ghiaia del piccolo giardino della casa di campagna, le pesche bianche nelle casse di legno, il profumo delle sue piccole mani nelle mie, l’incenso nella chiesa del mio paese, la mano di Gesù sulla mia testa.»
Cos’è un libro? Per Massimo Recalcati è un coltello, è un corpo, è un mare. È un incontro, talvolta indelebile. A libro aperto – Una vita è i suoi libri (Feltrinelli) è un libro sul suo mistero che il famoso psicoanalista tenta di svelare formulando una nuova teoria sulla lettura e narrando i titoli che hanno segnato la sua vita e la sua formazione. Dopo il padre, il perdono in amore e dopo il maestro, Recalcati torna a regalare la sua voce su oggetti a rischio di estinzione.

∞                                     ∞                                ∞

«L’uomo, che da sempre cerca di sublimare le sue necessità, ha fatto della ricerca e preparazione del cibo, una forma d’arte. Il detto popolare “Si mangia prima con gli occhi che con la bocca” ha sancito una realtà di fatto: l’occhio si prende la sua parte, decide del buono assaporando il bello, prima che il gusto ci precipiti nel variegato universo dei sapori».
È un’originale avventura quella firmata da Francesca Malerba, autrice, e da Francesca Moscheni, illustratrice: Pantone Foodmood (Guido Tommasi Editore).
Il linguaggio cromatico universale adottato in tutto il mondo, strumento di lavoro per grafici, design, stilisti, artigiani, architetti, attraverso una rigorosa classificazione dei colori e creato da Pantone entra, così, in cucina. Con la sua “mazzetta” realizza un ricettario cromatico che vede un serrato dialogo tra forme, colori ed emozioni.
E allora, se il Marrone è «la tonalità della terra e della casa, il simbolo rassicurante delle nostre radici, sano e naturale, ma anche deliziosamente goloso, un classico e una certezza in ogni cucina» che ispira Hambuger veg, semifreddo al caffè, o pollo in salsa teriyaki con fagioli neri, l’Arancione è, invece, il colore prediletto per chi adora far festa: «Caldo e vibrante, sprizzando un’irresistibile energia, è perfetto per chi ha un carattere espansivo ed estroverso» suggerendo la preparazione di Gazpacho, di frittata con insalata di radicchio e noci, di triglia su pavé di patate dolci o di macedonia croccante.
E così via sgranando tutti gli iconici quadratini colorati della mazzetta e cucinando ed assaporando con vista e palato le corrispondenti espressioni emozionali.

∞                                     ∞                                ∞

«Tra le emozioni selezionate in questo libro, forse l’allegria è la più difficile da descrivere. È un sentimento sfuggente e inaffidabile, coglie chi si sente appagato, finalmente vivo, e scaturisce in un sorriso, che cresce, si espande, ma è capace di dileguarsi in un attimo.»
Accanto all’allegria vi sono anche il desiderio, il tormento, il delirio, lo stupore e il dubbio nello stupendo saggio scritto dal critico d’arte Costantino D’Orazio, L’arte in sei emozioni (Laterza). Sono emozioni antiche percepite ed espresse nel corso dei secoli dagli artisti in modi sempre differenti. Come differente è, infatti, l’approccio di D’Orazio nel raccontare la storia di capolavori dell’arte che alle tecniche, agli stili, ai linguaggi, alle committenze, privilegia il percorso emozionale. Un viaggio non soltanto nell’arte ma anche dentro l’animo umano perché «raccontare il ruolo delle emozioni nella storia dell’arte significa comprendere prima di tutto quale rapporto gli uomini hanno vissuto con le proprie passioni.»

 

 

«Chiamò due ragazzi che ciondolavano lì. Estrasse dalla sacca qualcosa: non riuscivo a capire cosa diavolo fosse. Poi mi accorsi che erano due guantoni. Due guantoni dal pugilato.
Ordinò ai ragazzi di infilarseli. I vigilanti – non mi ci volle molto a realizzare che quello era il ruolo degli adulti e dell’uomo coi Ray-Ban – rimasero immobili, contro il muro.
Quello che accadde successivamente fu qualcosa che ancora oggi mi fa male descrivere. Ricordo solo che sentii un male acuto e improvviso, prima allo stomaco, poi alla spalla e poi ancora al volto. Poi il dolore forte cessò e sentii come un livido su tutto il corpo, dalla testa, fino giù ai polpacci. Avevo le labbra intorpidite e l’udito ovattato. Mi guardai attorno, nessuno si muoveva.
Perché? Eppure avevano visto tutti.
Solo una cosa avevo capito. Di quello che avrei visto, sentito e vissuto lì, sarei stato costretto a ricordare ogni dettaglio. Per tutta la vita.
E a raccontarlo. Come sto facendo adesso. »
È un racconto esulcerante quello di Paolo Tortella. Un racconto che nel lettore assesta il medesimo pugno allo stomaco subìto da giovane diciannovenne quando fece il suo ingresso in veste di insegnante e assistente a Villa Giardini, l’istituto medico – psicopedagogico di Casinalbo di Formigine, in provincia di Modena, meglio conosciuto come “il manicomio dei bambini”. Bambini “diversi” dunque metodi “specifici”: crudeltà, violenza, soprusi e farmaci per mantenere la disciplina.
Grazie alle testimonianze d’accusa mosse da Tortella verso il sistema allora in vigore, le inchieste del quotidiano l’Unità e l’operato del Tribunale dei minorenni dell’Emilia Romagna portarono alla chiusura della struttura nel 1972 – senza comunque una piena certezza della pena di tutti i colpevoli – .
Sei anni dopo, nel 1978, la legge Basaglia avrebbe, poi, fatto il suo corso, riformando gli ospedali psichiatrici.
I ragazzi di Villa Giardini – Il manicomio dei bambini a Modena (curato da Elena Becchi per Aliberti Compagnia Editoriale), è un diario del presente, un memoir del passato, che annota deposizioni anche odierne rimandando a simili realtà ancora purtroppo sommerse e appartenenti anche alla cronaca quotidiana.
«Sebbene il racconto dell’esperienza sia giunto a conclusione, qualcosa ancora ci sfugge: l’epilogo. E prima ancora, i dettagli degli eventi criminosi e giudiziari che si sono susseguiti.
Ma andiamo per ordine, e riportiamo i fatti» scrive la giornalista Elena Becchi che firma l’Appendice del volume: una ricostruzione storico-cronachistica dei fatti da lei condotta sulle fonti dell’epoca.
Ma sfugge sempre e anche –senza mai purtroppo stupire – qualcosa di intangibile afferente l’azione umana. Ma questo, forse, attiene ad un’altra dimensione e specie.

∞                                     ∞                                ∞

«Oggi, svegliandomi da un breve sonno pomeridiano, davanti a me ho trovato l’uomo senza volto. Era seduto sulla poltrona di fronte al divano dov’ero sdraiato e, con gli occhi irreali del volto che non aveva, mi fissava. L’uomo senza volto era alto, e il suo aspetto non era cambiato dalla prima volta che l’avevo visto. Nascondeva metà della faccia inesistente sotto le larghe falde di un cappello nero, e indossava lo stesso lungo cappotto di colore scuro. “Sono venuto a chiederti di farmi il ritratto”, – mi ha detto dopo essersi accertato che fossi ben sveglio. La sua voce era bassa, impersonale, priva di intonazione. “Me l’hai promesso. Te lo ricordi, vero?”»
È tornato Haruki Murakami, l’autore giapponese i cui libri sono semplicemente da leggere bandendo interrogativi e spiegazioni altrimenti pleonastiche. L’assassinio del commendatore – Libro Primo – Le idee che affiorano (Einaudi), prima parte di un dittico che si concluderà con la seconda uscita a gennaio 2019, non fa eccezione alla regola. Visionario, onirico, introspettivo virante nel realistico, narrato, quindi, secondo tutti i suoi crismi stilistici e contenutistici, è una sorta di thriller con protagonista un pittore abile nell’intuire le zone d’ombra e i segreti celati dietro i volti delle persone ritratte. Ci sono degli abbandoni, ci sono personaggi ispirati al Grande Gatsby, c’è l’erotismo di Murakami, altra sua cifra personale, c’è un quadro ispirato al Don Giovanni di Mozart raffigurante l’assassinio del commendatore, c’è un percorso di formazione e, come, sempre, c’è la condizione umana vera protagonista del romanzo. Non è una novità che lo scrittore del paese del Sol levante divida pubblico e critica, resta il fatto che ogni sua produzione è sempre vissuta con trepidante magia.

∞                                     ∞                                ∞

«Per un terzo di secondo le palpebre scendono a scatto sugli occhi. Succede circa quindici, venti volte ogni minuto. La vista non s’interrompe, perché il cervello unisce i punti luminosi.
Così devono fare queste righe, scorrere senza percepire i punti, gli a capo.
Il rigo da leggere ha da stare tra due battiti di ciglia.
È una sera senza corrente elettrica, un fulmine l’ha spenta, come un ruggito ammutolisce un passero. La fiamma del camino rischiara la tavola da pranzo mentre accendo una candela.»
In questa suggestiva atmosfera dal sapore di una volta, in cui il fuoco non può essere osservato, come scrive la poetessa Mariangela Gualtieri, senza provare uno stupore antico, un uomo, uno scrittore napoletano, sta leggendo la favola di Pinocchio. E se nella fiaba il pezzo di legno (anziché animare la fiamma o “divenire la gamba di un tavolo”) prende vita per mano di un falegname facendone il proprio figlio, nella “realtà” l’uomo dà corpo, ma soprattutto voce, al figlio mai avuto, intavolando con lui un dialogo immaginario.
È un figlio adulto, una sorta di “Grillo parlante” che pare fungere anche da provocatoria spalla capace di fare sviscerare al padre la sua vita.
Con Il Giro dell’oca (Feltrinelli) torna anche il grande Erri De Luca.
Torna la sua sempre commovente poesia…

 

“Che l’anelito, il bramare e l’azione
anche ci restino tuttora”
           Karl Marx
 [Da ‘I Ragazzi di Villa Giardini –
Il manicomio dei bambini a Modena’]
Paolo Tortella

 


Avvisi ai Naviganti, Recensioni