20 marzo 2018

A distanza ravvicinata_Marzo

 

 

«Il treno è piccolo, ci sono tre vagoni, sono tre vagoni tristi, di quelli che si muovono piano, che arrivano sempre in ritardo, che ti aspetti di trovarci un camino in cima, di vedere il vapore. Il treno si muove svogliato, sembra quasi inciampare nelle erbacce che trova lungo i binari, lungo il cammino, gli sembra di essere sulle spalle di un vecchio, vede case diroccate fuori dal finestrino, il treno è vuoto. A Brescello scende per salire su un autobus che finalmente lo lascerà a Fabbrico, il paese dove è nato. Sale sull’autobus dopo essersi fumato una sigaretta sotto un albero spoglio e ghiacciato. Si incastra nei sedili, le ginocchia contro il poggiatesta davanti. Sui sedili buchi di sigarette e odore di polvere, quasi sorride, si sente adolescente, appoggia la testa e si addormenta leggendo messaggi d’amore scritti con il pennarello.»
È giovane Roberto Camurri, autore di A misura d’uomo(NN Editore).
La sua freschezza si traduce anche in un’autentica e pura malinconia insita e latente nei luoghi narrati. Il titolo rimanda a quella dimensione spesso associata a determinati contesti urbani, a determinate realtà paesane tanto pittoresche quanto claustrali e che suscitano una naturale urgenza di fuga.
Amicizia, amore, sogni, ricordi, scampoli di vita normale alla luce della Pianura Padana parlano in questo romanzo d’esordio declinandosi in capitoli-racconti dai titoli semplici ma evocativi, soprattutto per chi in quella terra è nato e ha vissuto.
Definita una lingua ipnotica “dalle pennellate rapide e materiche”, quella dell’autore emiliano dona corpo al piccolo paese della Bassa Reggiana, Fabbrico, in cui ambienta la storia, alimentando quello stato di dolce “spleen decadente” colorato di giallo, verde, marrone e bianco.
Bellissima la copertina.

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“Per favore, se dovete mettermi le manette, non mettetele davanti a mia madre. Aspettate a farlo quando sarò entrata nella vostra auto. È l’unica cosa che vi chiedo”.
Sulla porta di casa, uno degli agenti tira fuori le manette e me le stringe intorno ai polsi. Gli occhi di mia madre le fissano. Ora sa che qualcosa di irreparabile è veramente successo. La realtà si manifesta tutta in quelle manette che scattano veloci.
Sono in giardino, con due agenti che mi tengono sotto braccio. Attraverso i pochi metri che mi separano dalla strada, esco dal cancello e vedo il mio vicino di casa che sta mettendo in moto la sua vespa. Mentre i suoi occhi si piantano nei miei lui perde la presa e il motorino cade a terra. Scuote la testa in cerca di una spiegazione. Vorrebbe che io gli dicessi qualcosa. (…)La macchina sulla quale sono salita parte veloce. Senza sirena.»

Anni Settanta. Anni di piombo.
Lei appartiene ad una famiglia comunista. Si innamora di un fascista e lo segue, in tutto.
Lei è Elena Venditti. Lui è Livio, un estremista.
Con l’autobiografico romanzo-verità Non mi abbracciare (Aliberti compagnia editoriale), la giornalista e scrittrice romana racconta e ripercorre uno spaccato della storia d’Italia, quello dei partiti politici, delle militanze, degli estremismi, delle fazioni, del carcere, “dell’isolamento” (da tutto), filtrato dalla propria esperienza personale, trovandosi a distanza ravvicinata con fatti di cronaca non poi così lontani.
Distanza che pericolosamente si accorcia sempre più toccando la violenza e la brutalità più pure, ma anche la necessità e la consapevolezza di una sorta di redenzione e rinascita.

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Tra una ventina di minuti toccherà terra. Immagina Thomas camminare nervosamente nell’atrio degli arrivi internazionali, su e giù, controllando il proprio orologio e gli orari previsti di atterraggio. Vede la sua figura dinoccolata che si dirige impaziente verso alcune vetrine in cui sono esposte scatole di tabacco per pipa e sgargianti confezioni di sigari Avana. Immagina il suo maglione slabbrato, la giacca di lana pesante, i pantaloni di velluto, le scarpe grandi, robuste, di cuoio bordeaux. Vede i suoi liquidi occhi neri, il sorriso largo e disteso, le braccia ossute e calde che come al solito lo abbracceranno, guidandolo deciso verso una qualche Citroën o Renault di quarta mano, parcheggiata lontano. Ma non riesce a sentirne la voce. Vede distintamente l’abbraccio, avverte il profumo della sua pelle, la ruvidezza della sua guancia con la barba di un paio di giorni, vede le sue labbra che soffiano un ‘Come ti è andato il viaggio?’ ma non riesce ad ascoltare il suono, l’inflessione di quella voce. Vede l’abbraccio, ma non lo può sentire.
»
La tensione eros e thanatos appartiene anche a Camere separate (Bompiani), il dolente e in parte autobiografico romanzo di Pier Vittorio Tondelli. Come anche la durezza, sua cifra stilistica.
In questo “componimento musicale”, costituito da tre movimenti (Verso il silenzio, Il mondo di Leo, Camere separate), da tre “ritmi musicali”, tre variazioni sui medesimi temi – amore, perdita, separazione, solitudine, dolore, rinascita, scrittura – benché vi sia comunque anche uno sviluppo attraverso la riflessione e l’elaborazione; in questo romanzo di formazione e quasi di commiato; in questo racconto “smascherato” in cui l’autore emiliano raggiunge la maturità, una maggiore consapevolezza di sé; in questa storia Tondelli si trova, e pone il lettore, a distanza ravvicinata con anime sensibili – i protagonisti, la voce narrante (un alter ego?) – parlando loro, parlando di loro, con complessità e originalità, parlando di due anime unite e “separate” – certamente comunicanti – in un amore “difficile” – per la società – vissuto tra due uomini.


“Incontriamoci stanotte
in un sogno di fate e di gnomi e di draghi
e piccoli folletti.
Incontriamoci come anime senza dolore che vagano perdute
nel grande cielo che è l’esistenza.
Ti darò un po’ della mia vita.
E tornerai a essere quello che eri.”
[Non mi abbracciare]
Elena Venditti

 

 

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