31 ottobre 2016

Egon Schiele

[12 giugno 1890 -Tulln an der Donau
31 ottobre 1918 – Vienna]


Maestro del parossismo

 

Egon Schiele, Autoritratto, 1910

Egon Schiele, Autoritratto, 1910

“Un eterno sognare / colmo del più dolce esubero di vita / senza tregua – con l’angoscia dentro, nell’anima / divampa, brucia, cresce nella lotta / crampo del mio cuore. / Ponderare – e folle mi agito di smania e desiderio. / Il tormento del pensiero è impotente / senza senso, non raggiunge le idee. / Parla la lingua del creatore e dona / Demoni! Spezzate la violenza! / La vostra lingua – Il vostro segno – Il vostro potere.”
Definito “un eccitato autoritratto in versi”, questo brano scritto da Schiele nel 1910 oltre a rappresentare la sintesi della sua dolente poetica, risuona, al contempo, come mastersiano epitaffio recitato dal sedicente “io, eterno bambino” austriaco. Reinterprete di Van Gogh, epigono di Klimt, secessionista viennese, espressionista “singolare”, Egon Schiele è l’eterno fanciullo egoriferito e inquieto, prigioniero di un’identità incapace di volgere lo sguardo all’alterità e in perpetua ed estenuante lotta con i propri demoni, con il proprio pensiero iterante la capitolazione nella crisi esistenziale. È il maestro del parossismo che muove, con ossessiva tensione, lungo un continuum tra eros e thanatos, specchio dell’esperienza artistica dell’epoca. Ed essendo il lutto cosmico la musa ispiratrice della sua seducente arte– come affermò il critico Arthur Roessler – , è il doppiatore di quel ghigno munchiano vittima di una società agonica.

Egon Schiele, Donna seduta con gamba sinistra piegata, 1917

Egon Schiele, Donna seduta con gamba sinistra piegata, 1917

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