3 agosto 2016

Peter Tarnopol e Nathan Zuckerman

La mia vita di uomo [1974]
Philip Roth_Parte 2

 

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Qui giace mia moglie: qui lasciatela giacere!
Ora riposa, e riposo anch’io.

John Dryden, Epitaffio destinato alla moglie

 

“Ha finito?”, domanda stentoreamente il dottor Spielvogel al paziente che considera il più narcisista tra i giovani artisti della nazione e che da cinque minuti sta singhiozzando tenendosi il viso tra le mani.
Udendole, quelle due parole assurgono d’ufficio a battute memorabili al pari degli incipit letterari tolstojiani. “Tono perfetto, tattica perfetta. Mi voltai verso di lui, di scatto, o la va o la spacca. Sì, sì ho finito”, risponde Peter Tarnopol.
Terzo di tre fratelli, trentaquattro anni, nato a Yonkers, New York, laureato summa cum laude alla Brown University, insegnante di letteratura e di scrittura creativa, Peter Tarnopol è il talentuoso scrittore, dalla promettente carriera, vincitore, nel 1960, del Prix de Rome della American Academy of Arts and Letters con Un padre ebreo, suo primo romanzo.
Soltanto pochi racconti gli sono seguiti, completamente ammorbato dalle ordalie scaturite dal matrimonio con colei che avrebbe potuto essere la sua musa (“se soltanto lui avesse voluto”), rivelandosi, invece, la sua nemesi, “l’insegnante di creative writing più grande di tutti, la specialista par exellance in estetica della fiction più estremista”: Maureen Johnson dalla quale si separò legalmente nel 1962 dopo tre anni di unione.
Ma Peter (Poppy) Tarnopol è anche l’autore di due racconti inediti con i quali tenta, sfruttando le potenzialità “dell’utilità della finzione“, di liberarsi dall’ossessione della ex moglie nonostante defunta nel 1966.
È Nathan Zuckerman, quindi, ad interpretare metaletterariamente – finzione nella finzione – in una celata autoparodia, i suoi “Anni verdi, le glorie e i trionfi della gioventù viziata, servita e riverita. Il giovane Zuckerman, la cui arroganza traeva ispirazione e forza dall’esempio del padre e tempra dalla lettura di Dale Carnegie, suggeritagli dal genitore, e che avrebbe sperimentato alquanto presto  il dolore sotto forma di alienazione, mortificazione, opposizione feroce e implacabile, antagonisti che non erano rispettabili decani o padri amorevoli o ufficiali mezzi idioti del corpo di fureria; oh sì il dolore sarebbe entrato nella sua vita molto presto, e non senza essere stato invitato”.
Surrettizie spoglie femminili.
Ed è Nathan Zuckerman, docente di letteratura e insegnante di scrittura creativa, a “Corteggiare il disastro“, una macabra narrazione postcatastrofica del suo matrimonio con Lydia Ketterer,

La-mia-vita-di-uomo-Roth-Alter-ego-451funa leggenda composta su ordine e sotto l’influenza del superego, le mie avventure viste attraverso i suoi occhi … così come Anni verdi è una sorta di idillio comico che celebra un id panico (e ancora impunito). Manca ancora che si faccia avanti l’ego a presentare la propria difesa perché tutte le parti in causa di questa cospirazione-per-scappare-con-la-mia-vita abbiano fatto la loro comparsa in tribunale. Mi rendo conto ora, mentre esamino questa idea, che il resoconto non di finzione cui sto attualmente lavorando potrebbe essere proprio questo: l’ “io” che confessa il proprio ruolo di caporione del complotto.”

Conquiso dalla suprema professionalità dei ricatti morali della sua Sovrana, soggiogato da quella mescola di violenza e squallore che avvicinava la loro vita in comune ad un serial televisivo o ad un articolo scandalistico del National Enquirer, e vinto dalla propria infantile disponibilità a subirli, Poppy/Nathan/Philip compulsa ogni piega della propria esistenza, dragando ogni episodio di vita familiare e matrimoniale nell’anelito, vano, di una chiave di lettura, di esiti epifanici, di segni interpretabili attraverso la letteratura e l’espediente narrativo.
Attraverso un atteggiamento mentale letterario.

“A quanto pare, o la letteratura esercita un’influenza troppo forte sulla mia idea della vita, oppure non sono in grado di stabilire una relazione fra la sua saggezza e la mia esistenza.”

Una chiave di lettura per affrancarsi definitivamente da quell’ubiquo fantasma e per comprendere come un uomo scrupoloso, coscienzioso, meticoloso, lungimirante, un uomo così “accorto nella gestione dei propri talenti” abbia (inconsapevolmente) potuto invischiarsi con una attrice (“e che attrice!”), una bugiarda psicopatica che in lui ha ravvisato una via di fuga dall’abiezione della propria vita. Come ha potuto soccombere a quella situazione dalla “ossessiva tetraggine”? Pura vocazione missionaria religiosa? Anomalia e devianza psicologiche (certamente diffuse) ascrivibili all’assurdità di una posa così masochistica?

«Sulla mia scrivania non avevo la foto di una barca a vela, di una casa da sogno (…) ma avevo una frase di Flaubert, un consiglio a un giovane scrittore che avevo copiato da una delle sue lettere: “Nella tua vita sii regolare e ordinato come un borghese, così da poter essere violento e originale nella tua opera”. Apprezzavo la saggezza di quelle parole e, trattandosi di Flaubert, ne ammiravo anche l’arguzia, ma a venticinque anni, pur con tutta la mia dedizione all’arte della narrativa, pur con tutta la disciplina e la serietà (e il timore reverenziale) con cui mi avvicinavo alla vocazione flaubertiana, volevo ancora che, una volta compiuto il lavoro della giornata, la mia vita fosse un minimo originale e, se non violenta, almeno interessante. (…) Perciò: Maureen Johnson (…) mi fece l’effetto di una persona che avrebbe potuto aggiungere un po’ di interesse esterno alla mia zelante vita di scrittore. E lo fece eccome! Anzi, finì per rimpiazzare la scrittura, tanto era interessante.»

Ma forse anche la debolezza e la vulnerabilità, alimento per “il mito dell’inviolabilità maschile”, caratteristiche incarnate anche da Susan (“1962 – 1966”), la seconda figura femminile che cadenza le traversie di Tarnopol, rappresentano un’irresistibile attrattiva.
Susan, dunque, remissiva, fragile e inerme; Maureen, malvagia, proditoria ed esosamente drammatica, quasi quanto una prèfica dell’antica Roma, e l’impietoso, comico, e autocommiserativo Peter che con i colleghi finzionali condivide il pathos dell’eloquio.
In congedo dall’università e ritiratosi nella campagna del Vermont, egli ora procede nella reiterazione di una alacre attività di elucubrazioni mentali dedicandosi ad un resoconto autobiografico espunto della finzione e del romanzato nell’ennesimo tentativo di esorcizzare la sua ossessione e nella speranza che la sua naïveté sia capace di “demistificare il passato e di mitigare il suo riprovevole senso di sconfitta”.
Come, tuttavia, insegna il tetragono e laconico dottor Otto Spielvogel, sul cui lettino le terga di Tarnopol si sono adagiate per sei anni, “si può uscire da una trappola senza per questo liberarsene davvero” e come Simone De Beauvoir, tenendogli bordone, ricorda: “On ne peut jamais se connaître, mais seulement se raconter”.

“Oh, mio Dio, pensai. Adesso tu. Tu che sei tu! E io!  Questo io che sono io, io e nessun altro che me!”

 

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