18 dicembre 2017

Storie e Fughe_Dicembre



“La ‘raggia’. Che poi tradotto in italiano sarebbe la rabbia, parola giusta che però non ce la fa a rendere l’idea.

La ‘raggia’ è qualcosa di più profondo di una rabbia passeggera. È la ferita dell’anima che nessuna medicina riesce a guarire. Non ci sarà nessuna carezza, abbraccio, sguardo, grandissima scopata, successo professionale o soldi, in grado di placarne il dolore. Perché è un dolore eterno. E allora puoi decidere che quella sera devi lasciar perdere, ti hanno affidato un lavoro e devi farlo bene, ti hanno anche detto chiaro e tondo che non vogliono storie, e tu ti sei convinto che no, non vale proprio la pena di aprire un altro fronte della tua inutile guerra contro un nemico che ha più armi di te. Dalla sua ha le armate dell’ignoranza, i gruppi di fuoco dell’opportunismo, le precise aviazioni dell’eterno paraculismo italico, le cannoniere della voglia di successo a tutti i costi, l’atomica del chi me lo fa fare. E tu sei solo.”
Frank Santaniello, nonostante il nome anglofono, non è uno straniero, è italiano, è napoletano, è un giornalista di ieri, un cronista “contro” di oggi. È “un lupo ferito in un mondo di agnelli feroci”, un Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento di un’Italia furbetta e mariuola, egoista, proterva e rottamatrice. È uno di quei ragazzi che hanno avuto la strada come “nobile e umile tutore”. Fiero di essere un figlio del marciapiede.
La Genovese, nonostante l’aggettivazione geografica, non è una donna che danza di rosso vestita. È una pietanza campana, sontuosa ed elaborata, un piatto unico di pasta, carne e verdure, capace di riportare alle origini.
Romanzo d’esordio di Enrico Fierro, giornalista de Il Fatto Quotidiano, La Genovese – Una storia d’amore e di rabbia (Aliberti compagnia editoriale) è uno spaccato moderno e contemporaneo del “Bel Paese” di cui l’andamento e la fine sono noti.
La dedica, bellissima:
“A chi è rimasto indietro
Perché era più avanti degli altri”.

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“L’amore salva?
Ho viaggiato, per trovare la risposta, in ogni angolo dell’aldiqua.
Ho indagato il grande e il piccolo, la stella e la pietra, la luna e la formica, la nuvola e la foglia, ho visto dove ciascuna s’aggrappa per resistere: nessuna aveva la risposta totale, ma ognuna era un filo del racconto, perché tutte le cose, di atomi e di cellule, se le ascolti bene sono un’unica storia.
Ho percorso le città e indagato i pensieri di chi le abita. Ho interrogato gli uomini, voci – intonate non sempre – di questa polifonia del mondo.
L’amore salva?
Anche loro hanno balbettato risposte incomplete, erano troppo impegnati a fermare il tempo con i ragionamenti piuttosto che ad accettare la sua inafferrabile natura, indaffarati a costruire dimore spaziose e incrollabili, fuori di sé invece che dentro, illusi che il tempo abbia meno signoria su di loro se abitano case di pietra anziché d’argilla.
Allora ho ascoltato le donne, innamorate o disamorate che fossero, di tutto lo spazio e di ogni tempo, la cui carne conosce il fuoco e il gelo, il cui spirito sa l’amore e il suo disincanto.
Altre storie, altre dediche (“A mia madre, ~ grazie per avermi mostrato
~ che ogni donna è una storia d’amore, ~ grazie per avermi insegnato ~ l’intelligenza del cuore”).
Da una domanda che viaggia nel tempo e nello spazio prende le mosse ogni storia è una storia d’amore (Mondadori). Alessandro d’Avenia ora indaga, seguendo l’archetipo delle storie d’amore – il mito di Orfeo ed Euridice, filo rosso unificante – , la voce delle storie d’amore di trentasei donne che hanno rivolto e riposto il proprio sentimento verso una particolare categoria umana, quella degli artisti. Uomini, quindi, già impegnati con un’altra presenza: l’oggetto della propria passione primeva.
La mappa dell’itinerario ha una partenza, dieci soste ed un arrivo recante, forse, con se la risposta.

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«Dal nulla si materializzò Nora, e tutt’a un tratto Luther si trovò il suo mento sulla spalla. “Che carini” bisbigliò.
I ragazzi o gli alberi? fu sul punto di domandare Luther. Perché non se n’era rimasta in cucina e non aveva lasciato che fosse lui a divincolarsi da quella grana?
Con un sorriso tanto largo quanto falso, Luther disse “Spiacenti, ma quest’anno non compriamo l’albero”.
Volti spiazzati. Volti perplessi. Volti tristi. Un gemito da appena sopra la sua spalla , quello del dolore improvviso di Nora. Guardando i ragazzi con la moglie che letteralmente gli soffiava sul collo, Luther Frank capì che quello era un momento di svolta. Cedi adesso e si sarebbero spalancate le cateratte. Compra un albero, addobbalo, e poi ti rendi conto che nessun albero appare completo se non ha sotto il suo cumulo di regali.
Tieni duro, vecchio mio, si ammonì Luther, proprio mentre sua moglie sussurrava “Oh mio Dio”.
Ssst” sibilò lui dall’angolo della bocca. (…)
Luther chiuse lentamente la porta su di loro, poi attese. (…)
Si acquattò e sbirciò le tende del soggiorno.
“Che cosa stanno facendo?” gli chiese sottovoce Nora accovacciata a sua volta.
Guardano, mi pare.”
Forse avremmo fatto bene a comprarne uno.”
No.”
Non dobbiamo per forza addobbarlo, sai.”
“Zitta.”
Potevamo metterlo dietro casa.”
Smettila, Nora. Perché stai bisbigliando? Questa è casa nostra.”
Per lo stesso motivo per cui tu ti sei nascosto dietro le tende.”»
La figlia parte per una missione umanitaria in Perù e i coniugi Frank, Luther e Nora, decidono d’emblée (pur con qualche remora iniziale della moglie) di rivoluzionare la festa più consumistica dell’anno, disertandola. Lo “scaltro” piano prevede di astenersi dallo spendere e spandere i consueti 6.100 dollari per le decorazioni natalizie e di migrare verso caldi lidi tropicali in crociera.
Tramutati nel Grinch e in mr. Scrooge agli occhi della piccola provincia americana, dove impera un radicato moralismo ipocrita, i rei Frank dovranno, così, affrontare l’ossessiva invadenza dei vicini, increduli per questo oltraggio alla “tradizione”, e una sfiancante attività di sabotaggio della loro operazione di “fuga”.
Nata dalla penna di John Grisham, Fuga dal Natale (Mondadori) è una riuscitissima digressione dai gialli giudiziari per i quali l’autore statunitense è divenuto famoso. Una commedia comica ed esilarante, un “ironica provocazione” con un finale ed un ritorno a casa a sorpresa.

 

«”Io credo che il Frosty sia morto” mormorò un ragazzo rivolto a un amico.
Sospeso, in attesa della morte, in attesa che la fune scivolasse e cedesse del tutto mandandolo a schiantarsi,

Luther odiò il Natale con rinnovato ardore. guarda che cosa gli stava facendo il Natale!
Tutto per colpa del Natale!»
[Fuga dal Natale]
John Grisham

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